Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lettura. Mostra tutti i post

lunedì 26 ottobre 2020

In tutti i miei corpi

Le mie figlie mi prendono un po’ in giro quando vedono che cucino ascoltando un audiolibro, o che faccio colazione leggendo, o che dissemino libri in giro per la casa.

Mi dicono che ormai vivo in una dimensione parallela, quella delle storie, e sottintendono una leggera affettuosa critica, una piccola preoccupazione. 

Dovrei, secondo loro, uscire di più, fare cose, vedere gente. Insomma partecipare maggiormente della vita “vera”.

Ovviamente non sono d’accordo con loro, con l’età sono solo diventata più selettiva, uscire non è un valore in sé dipende da cosa si fa e dalle persone con cui, eventualmente, lo si fa.

Non è nemmeno vero che io abiti nelle storie che leggo e ho sempre trovato terribile la retorica di chi sostiene che leggere faccia vivere altre vite. 

Se mi ascoltassero, ma una sta guardando una serie su Netflix e l’altra sta ascoltando un podcast, direi loro di leggere per intero il racconto qui sotto, e anche gli altri di questo bel libro.


Autobiografie scelte 

Ricordo chiaramente, a pelle, senza esserci mai stato, il sole fiammeggiante sugli infiniti campi di cotone della Louisiana. Ricordo sul mio palato il gusto della madeleine di Proust e le sue briciole che galleggiavano nel tè. Ricordo come portarono per la prima volta il ghiaccio a Macondo e mio padre mi accompagnò dallo zingaro Melquíades. Ricordo una terribile tempesta invernale e la candela che ardeva in casa, la candela ardeva…

Mi rendo conto, probabilmente come tanti prima di me, che tra i miei ricordi personali ce ne sono molti scaturiti dai libri. La lettura produce ricordi.Da tempo non ricordo e mi rifiuto di indagare quali provengono dalla lettura e quali no. Non percepisco nessuna differenza, tutto è stato visto, tutto mi fa venire la pelle d’oca, tutto ha lasciato una cicatrice.

In tutti i miei corpi…


Georgi Gospodinov, Tutti i nostri corpi. Storie superbrevi, Voland 2020

giovedì 28 marzo 2019

Io e Anna

Da un po' di tempo tutti i giorni, andando e tornando in auto da Faenza dove lavoro, ascolto audiolibri. Oggi ho cominciato Anna Karenina.
Dura 42 ore e 22 minuti. Facendo qualche calcolo dovrei metterci tre mesi.
Comunque se una mattina non mi presento al lavoro avvisate che ho continuato a guidare. Arrivo tranquillamente a Mosca prima che lei si butti sotto il treno.

venerdì 23 novembre 2018

prendi la posizione più comoda





Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull'amaca, se hai un'amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga, Col libro capovolto, si capisce
Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore


Noi, in biblioteca, facciamo questa cosa molto semplice. Leggiamo ad alta voce ai ragazzi della scuola media.
Vengono loro in biblioteca o, molto più spesso, andiamo noi a scuola e in due o tre per un ora leggiamo ad alta voce.
Così, semplicemente. Scegliamo delle storie, le presentiamo e cominciamo a leggere.
L'aumentare dell'età (la mia) non scalfisce il mio entusiasmo per questo lavoro (o meglio per la sua pratica quotidiana) ma mi rende un po' più cinica e disillusa sui risultati, così mi chiedo sempre se le cose che facciamo siano utili per promuovere la lettura, se le nostre voci, se quell'ora passata insieme lasceranno una traccia, anche piccolissima.
Sono contenta quando mi riferiscono che qualcuno dei ragazzini incontrati a scuola è venuto in biblioteca, magari per la prima volta, e ha scelto proprio uno dei libri che abbiamo letto qualche giorno prima, ma mi sembra sempre poco, mi sembra sempre il minimo.


Ieri mattina ero a leggere in una piccola scuola di una frazione qui vicina. Avevo finito la mia parte e così mi son messa a guardare attentamente 25 undicenni intenti ad ascoltare Giorgio, il mio collega.
E un po' per volta li ho visti prendere la posizione più comoda. Seduti, solo seduti perché questo è permesso a scuola, si sono allungati con un braccio sul banco, la testa nell'incavo del gomito o sorretta dalla mano appoggiata sulla guancia, qualcuno ha messo i piedi sulla sedia e si è abbracciato le ginocchia. Si son fatti più fermi e silenziosi, gli occhi grandi, la bocca appena aperta.
Sono crollati tutti, uno dopo l'altro, anche che quelli che ci hanno accolto dicendo che a loro non piace leggere, che preferiscono andare in bicicletta, anche quello che che ci ha detto che il bello dell'andare in bicicletta è che mentre lo fai proprio non puoi leggere.
Ci han messo un po' più tempo, si sono agitati un po' sulle sedie, ma alla fine Giorgio li ha lasciati tutti lì a chiedersi se Bully farà in tempo a incassare il biglietto della lotteria.
E anche una bibliotecaria un po' cinica e disillusa è tornata al lavoro più contenta, anche se Giorgio non ha detto nemmeno a me come va a finire il libro.


domenica 11 febbraio 2018

Ho letto per voi i programmi elettorali su cultura, lettura, biblioteche

(ma non ringraziatemi, c'è voluto pochissimo tempo)


Si continua a ripetere che uno dei nostri problemi  è il fatto che gli italiani leggono pochissimo, che c'è un diffuso analfabetismo funzionale dal quale discendono un bel po' di altri questioni, così sono andata a leggere i programmi elettorali relativi a questi temi. Ho scorso i programmi culturali e quelli dedicati a scuola e istruzione delle varie formazioni politiche e vi riporto le parti dedicate alle questioni legate ai libri e alla lettura, alle biblioteche

LIBERI E UGUALI


Liberi e Uguali ha una sezione dedicata alla cultura intitolata Con la cultura si vive nella quale si accenna alle biblioteche che "devono tornare ad essere centri di aggregazione e scoperta"
Nell'approfondimento programmatico si parla di maggiori investimenti per la digitalizzazione degli archivi, del problema della conservazione del patrimonio documentario nativo digitale e infine si afferma che "Va ridotta la frammentazione dei siti, per esempio delle biblioteche, che diventano spesso doppioni, mentre invece si possono specializzare, coordinandosi e trovando, nella rete una sinergia importante. Il rilancio di un sistema integrato di biblioteche pubbliche deve essere un punto qualificante di una nuova stagione di investimenti per la cultura."
Si riconosce inoltre che serve una valutazione del volontariato che non può essere sostitutivo del lavoro, e che è necessario un processo per la rivalutazione e il riconoscimento delle professioni culturali.


FORZA ITALIA, LEGA, FRATELLI D'ITALIA, NOI PER L'ITALIA


Il programma della coalizione di centro-destra al decimo ed ultimo  punto, Più tecnologie, cultura e turismo. Tutela dell'ambiente. Efficientamento energetico, fa uno scarno elenco nel quale si legge "sviluppo e promozione di cultura e turismo" e nient'altro.


MOVIMENTO 5 STELLE


Nel programma per i Beni Culturali del Movimento 5 stelle si citano le biblioteche (assieme ad archivi, musei complessi monumentali) una sola volta, laddove si descrive il sistema dell'Art Bonus. Il punto programmatico è "apportare migliorie all'attuale sistema garantendo la massima trasparenza"


PARTITO DEMOCRATICO


Il Partito Democratico ha una sezione del proprio programma intitolata Più cultura. Scuola e Università al centro. Qui propone una nuova legge sull'editoria con misure di sostegno per tutte le filiere del libro. Si parla poi di "strategia integrata per la lettura e il ragionamento logico matematico: potenziare queste competenze attraverso tutte le azioni possibili, interventi disciplinari e interdisciplinari, sia di tipo tradizionale che innovativo (sostenendo la rete delle biblioteche scolastiche in sinergia con il Mibact e approvando una legge sulla promozione della lettura e della scrittura)." e ci si propone di "istituire un fondo unico che raccolga tutti i finanziamenti già esistenti per completare la digitalizzazione e catalogazione del patrimonio culturale italiano."


POTERE AL POPOLO


La sezione del programma di Potere al Popolo intitolata Beni e attività culturali, comunicazione e informazione, propone "un piano straordinario di manutenzione del paesaggio e del nostro patrimonio storico ed artistico, bibliotecario e archivistico", si pone il problema del precariato dei lavoratori della cultura e propone di portare l'investimento nella cultura ad almeno l'1% del PIL, contro l'attuale 0,7


+EUROPA


Non pervenuto. Nel programma della lista di Emma Bonino non esiste neppure una sezione dedicata alla cultura e alle politiche culturali.




Provando a tirare le somme è evidente che coalizione di centro destra, +Europa e Movimento 5 stelle non ritengono di nessun interesse sviluppare proposte o promesse elettorali sui temi della cultura, il documento dei 5 stelle, che pur dedica spazio all'argomento, in realtà si limita a descrivere la situazione esistente proponendo di apportarvi generiche migliorie.
Diversa, almeno in apparenza, la situazione nei programmi di LeU, PaP e Partito Democratico
Liberi e Uguali e Potere al Popolo pongono il problema del precariato del lavoro culturale  e parlano di biblioteche ma con proposte talmente generiche e confuse da essere di fatto inesistenti.
Il Partito Democratico promette una legge sull'editoria, una strategia per la lettura e una legge sulla promozione della lettura,  abbellendo il tutto con ornamenti ad effetto (Piano cultura 4.0, Italia capofila nella strutturazione di una rete di luoghi del sapere) ma privi di sostanza.
Forse qualcuno penserà che si tratti di temi marginali rispetto alle emergenze del paese e che sia normale non trovare grandi riferimenti nei programmi dei partiti ad argomenti così specifici. Mi permetto di dissentire: l'analfabetismo funzionale è una delle maggior fonti di disuguaglianza ed esclusione sociale e progetti per la sua riduzione, per la diffusione di un programma capillare di promozione della lettura dovrebbero decisamente maggior rilevanza nei programmi elettorali.
Insomma dovremo ancora aspettare.


martedì 23 gennaio 2018

Bibliotecari che odiano i bibliotecari

A volte mi chiedo se i peggiori nemici della nostra professione, quella dei bibliotecari intendo, non siano proprio i bibliotecari.
Vero è che aver chiari i confini, gli scopi, le caratteristiche del proprio ruolo è sempre più difficile. I criteri di accesso alla professione sono quantomai vari ed eventuali: in un concorso possono chiederti di catalogare in aramaico e quello del comune vicino può essere basato esclusivamente sulla conoscenza del diritto amministrativo, qualche chilometro più in la possono farti un simpatico colloquio su quelle famose "competenze trasversali" con le quali si giustificano le peggio nefandezze. Insomma non è raro - cosa sto dicendo? è prassi consolidata - che nelle biblioteche lavorino fianco a fianco persone che hanno una formazione specifica (e anche su quale formazione debba avere un bibliotecario il dibattito langue da tempo) ed altre che son state cuochi, giardinieri, bambinaie, infermieri, che han patteggiato condanne, e che si son trovate parcheggiate in biblioteca. Poi ci sarebbe la questione delle formazione del personale, e in particolare di questo personale "variegato" e anche quella della esternalizzazione dei servizi, ma insomma non divaghiamo.
Insomma mi piacerebbe pensare che, almeno per bieco spirito corporativistico, possa essere patrimonio comune il semplice assunto che non è data biblioteca senza bibliotecari.
E invece sono costretta a ricredermi tutte le volte che qualche collega condivide, con toni commossi o entusiastici, sui social, o mi segnala personalmente, la nascita di una nuova "biblioteca".
In genere quattro scaffali sghembi con una manciata di libri raccattati in giro e abbandonati a se stessi. Nell'angolo più buio di un centro commerciale, nei tronchi d'albero, nelle cabine del telefono, nel sottoscala di un condominio, nella sala di attesa di un servizio di chemioterapia.
L'ultima arrivata è la storia dei netturbini di Ankara che hanno salvato una gran quantità di libri gettati nella spazzatura, libri che hanno costituito il nucleo centrale di una nuova "biblioteca" e ai quali se ne sono aggiunti altri grazie ai residenti del luogo che hanno pensato bene di portarvi i propri volumi altrimenti destinati ad essere cestinati.
Avrei voluto sentirsi levare qualche voce di indignazione verso questa ennesima storiella zuccherosa, verso questa continua retorica delle iniziative "dal basso" che, dovrebbero supplire alle mancanze della politica e che, mediamente, durano lo spazio di un servizio giornalistico.
Combattiamo una battaglia quotidiana per far capire a chi ci vuol donare i propri libri, a chi ci chiama convinto che gli vuoteremo la cantina, a chi pensa faremo spazi nei nostri scaffali per  metri di enciclopedie degli anni '80, che la raccolta di una biblioteca non è un'accozzaglia di volumi messi insieme a caso, ma un insieme progettato, ragionato e continuamente sottoposto a revisioni e verifiche.
Combattiamo con finanziamenti sempre più risicati cercando di bilanciare i nuovi acquisti con la sostituzione di copie rotte, usurate, deteriorate perché un'esperienza positiva di lettura passa anche attraverso l'aver in mano un libro in buone condizioni.
Se dobbiamo far sentire la nostra voce, e credo proprio che dovremmo farlo, smettiamo di guardare con occhio commosso a queste iniziative, magari anche meritorie ma che non credo abbiamo contribuito più di tanto alla diffusione della lettura nel nostro paese, (i dati parlano chiaro) e cominciamo a chiedere politiche serie, articolate, continuative e finanziate di diffusione della lettura.
Un buon punto di partenza per cominciare a ragionare è questo pezzo di Nicola Lagioia LA BATTAGLIA (POLITICA) PER LA LETTURA E LE PROSSIME ELEZIONI
Per il libro sono almeno cinque i punti chiave da cui iniziare la partita: scuole, librerie, biblioteche, comparto editoriale, promozione, scrive Lagioia. O pensiamo veramente che bastino qualche libro raccattato fra la spazzatura e quattro scaffali sghembi per combattere "la battaglia per la lettura"?

venerdì 29 dicembre 2017

Non è che se se vai a capo prima della fine del foglio stai scrivendo poesie

Ovvero è molto meglio mangiare un panino col salame che leggere cose scritte male

Pare che Cesena il 28 dicembre si sia svegliata sotto un profluvio di poesie. O meglio sotto un profluvio di fogli di carta, con stampate poesie. Fogli affissi, senza autorizzazione, un po' ovunque: muri, porte e portoni, persino cassette delle poste e firmati Movimento per l'emancipazione della poesia - MEP.
Pare che uomini dal cuore duro e poco inclini al lirismo non abbiano gradito e abbiano fatto un esposto alla Polizia Municipale.
Pare che questo affaire poetico (raccontato da Il Resto nel Carlino nei dettagli) sia un vero e proprio giallo, a giudicare dalle parole usate nell'articolo: gli agenti sono entrati in azione, saranno individuati con certezza i responsabili del gesto, i responsabili ne risponderanno.
Va anche detto che al giallo si aggiungono forti elementi di dramma (il comandante dei vigili aggiorna il sindaco sulle procedure adottate e i controlli effettuati - mi immagino posti di blocco, interrogatori durissimi nei quali fanno recitare a memoria Il sabato del villaggio - ci sono persone non abituate alle regole civili e cattivi frequentatori seriali di social network).
Io incuriosita sono andata a leggermi la poesia nella foto del Resto del Carlino e, sono costretta a trascriverla per dovere di cronaca.
Vi avviso sono immagini  particolarmente crude che possono colpire animi sensibili

Torna

Ti sto lasciando il tempo
per accarezzare ogni emozione
per conoscere ogni tuo limite e, se devi,
sbucciarti le ginocchia del cuore.

Ma poi, torna

A questo punto, siamo col cuore a pezzi (altro che ginocchia sbucciate!) per l'immane tragedia della morte della poesia.
Però pensandoci bene a me questa immagine del cuore con le ginocchia, e quindi con delle gambette che lo portano in giro fa venire in mente Jacovitti e i suoi salami podisti.
E mentre vado a prepararmi un panino penso che alla fine è tutta una farsa (il Movimento per l'emancipazione della poesia, chi è corso a lamentarsi della cosa,  il lessico da duri di chi si sta occupando del "caso") e che il 28 dicembre Cesena si è svegliata solo sotto un profluvio di fogli di carta.

sabato 24 giugno 2017

leggere non ha mai ammazzato nessuno

In tutte le biblioteche nelle quali ho lavorato all'inizio dell'estate succede la stessa cosa (se si esclude la biblioteca dell'Istituto Giuridico dell'Università di Bologna, e capirete perché).
Arrivano, accompagnati dai genitori, studenti per le terribili e famigeratissime letture estive. C'è un po' di tutto dalla lista di soli 10 libri per 150 studenti, (l'anno prossimo li assegneremo mediante lotteria, così finanziamo la biblioteca) ad elenchi interessanti con bei libri.
In genere l'insegnante propone 3, 4 libri da leggere durante l'estate, qualcosa che attira l'attenzione si trova sempre curiosando fra gli scaffali, insomma non è raro che il giovane lettore arrivi al banco prestito con 5, 6 libri.
A questo punto interviene il genitore con una o più frasi standard:
- non vorrai mica prenderli tutti in una volta?
- e sei poi non li leggi?
- meglio che cominci con uno e poi vedremo
- dai scegline uno in fretta, tanto uno vale l'altro
- questo non è mica adatto a te
e rivolti al bibliotecario
- no, perché sa a lui/lei non piace leggere
- no, perché lui/lei proprio non legge
- pensi che l'insegnante oltre a dargli i compiti da fare gli ha anche detto di leggere, non so dove troveranno il tempo
a questo punto il bibliotecario frena con grande professionalità i propri istinti omicidi e sorridendo cerca di spiegare che i libri si possono prendere anche tutti, che se per caso passa il mese previsto per il prestito si può far la proroga, che, caspita, quel libro che stanno scartando è proprio bello e sarebbe un peccato non trovarlo.
Niente da fare, il genitore impone misure draconiane, un libro e via a casa.

Cari genitori mettiamola così.
Non è che li state trattando molto bene i vostri figli. Provate a immaginare se qualcuno vi dicesse che non siete capaci di fare quello che siete chiamati a fare. Immaginate, che so, un chirurgo al quale un superiore dica:
- non vorrai mica tagliare così?
e rivolgendosi al paziente
- no perché, sa, lui le appendicectomie proprio non le sa fare e anche a toglier le tonsille non è che se la cavi molto bene
Non cominciate a sentir un lieve tremolio nella mano?

Oppure li state trattando troppo bene  e avete paura che facciano troppa fatica, poveri cari. Ecco, vorrei ricordarvi che stiamo parlando di piccoli mostri (tranquilli se non lo sono ora aspettate un paio d'anni e mi direte) inclini a non alzarsi prima di mezzogiorno, per poi stendersi sul divano mangiando biscotti e patatine. Esseri il cui habitat è una stanza cosparsa di calzini abbandonati sul pavimento e che della casa conoscono esclusivamente il percorso che va dalla propria stanza al frigorifero.

Sia chiaro, non siamo di quelli che credono che i libri guariscano dai mali, salvino la vita, rendano migliori (Goebbels, tanto per fare un esempio, aveva un dottorato in letteratura).
Però è scientificamente provato che leggere, anche ben oltre la modica quantità, non nuoce alla salute (tranne rarissimi casi come Paolo e Francesca, che comunque hanno avuto problemi per aver smesso di leggere) tutt'al più può dare leggera assuefazione.
Quindi state tranquilli, non cambia quasi nulla se lasciate che portino a casa tutti i libri che vogliono, li troverete ancora sul divano con biscotti e patatine, ma magari intenti a leggere qualcosa.






martedì 2 agosto 2016

Il mediterraneo in 10 isole (più o meno)

Isolario di Benedetto Bordone nel qual si ragiona di tutte l'isole del mondo, con li lor nomi antichi & moderni, historie, fauole, & modi del loro viuere, & in qual parte del mare stanno, & in qual parallelo & clima giaciono. Con la gionta del monte del Oro nouamente ritrouato. ...  (Impresse in Vinegia: per Nicolò d'Aristotile, detto Zoppino, 1534 nel mese di giugno)








"C'era un uomo che amava le isole... Voleva un'isola tutta per sé: non necessariamente per restarvi solo, ma per farne un mondo tutto suo" scrive D. H. Lawrence  E forse è per questo, perché ci assomigliano, riflettono le nostre contraddizioni, ci rappresentano che le isole hanno sempre avuto un posto centrale nell'immaginario letterario.
Isole come mondo a parte, ritorno alla natura, spazio dell'avventura. O isole come costruzioni utopiche dove la natura viene trasformata da un principio razionale.
Isole come approdo felice, spazio di libertà ed evasione o, al contrario, isole prigione, territori di reclusione, di segregazione.

L'isola come  luogo geografico intermedio fra la terra e il mare  partecipa di entrambe le nature, di entrambe le simbologie. Da una parte uno spazio delimitato e sicuro, dall'altro un elemento fluido, indefinito nel quale le regole sociali sono escluse.
L'isola, grazie al suo spazio concluso, racchiude in sé il mito della totale conoscibilità, l'illusione dell'esaurimento alla Perec, conoscibilità spesso elusa dallo svelarsi di una natura misteriosa e metamorfica.

Un viaggio nel mediterraneo attraverso 10 isole letterarie.
E' vero, non c'è l'Odissea, che tutto racchiude e compendia. La storia dell'isola delle rose, poi, avrebbe meritato un narratore meno stucchevole, ma le forme utopiche su palafitte mi hanno sempre affascinato. Probabilmente perché le vacanze più belle, da bambina, le ho passate su un capanno da pesca, microscopica isola utopica sospesa per aria ma con i piedi nell'acqua.


Isola d'Elba

N di Ernesto Ferrero racconta i trecento giorni di Napoleone sull'Isola d'Elba. La voce narrante è quella di Martino Acquabona, un letterato del luogo che verrà nominato bibliotecario dall'imperatore. Combattuti fra avversione e fascinazione gli elbani saranno costretti dall'irrompere di Napoleone sull'isola a fare i conti con sé stessi e il mondo esterno.
Prima del suo arrivo, non bastavamo soltanto a noi stessi: eravamo la misura di noi stessi. La percezione del mondo vasto e tumultuoso, al di là del mare, non ci offendeva. Ma adesso  l'Uomo che si è posto a misura di tutte le cose è piombato tra noi, ci ha obbligato a misurarci davvero con Lui, con la sua storia, con la Storia, con il continente. Questo facciamo ogni giorno: prendiamo accuratamente misure della nostra persona, e il risultato ci mortifica.

Isola del Giglio

Isole minori di Lorenza Pieri racconta la vita di una famiglia che vive sull'isola del Giglio. La storia, narrata da Teresa, la  figlia minore, si dipana nell'arco di quarant'anni e intreccia le vicende personali con gli avvenimenti della storia e della cronaca italiana degli ultimi anni. Ma la vera protagonista è l'isola dalla quale è necessario distaccarsi ma alla quale si finisce per fare ritorno.
Io avevo un'isola, e la fortuna di passare la maggior parte del mio tempo con il mare come orizzonte, circondata da una cintura di sicurezza liquida che metteva sempre al riparo da tutto quello che succedeva là fuori.

Sardegna

Passavamo sulla terra leggeri è l'ultima opera di Sergio Atzeni che la terminò pochi giorni prima di morire, il 6 settembre 1995. E' il racconto millenario dell'isola che, dopo una lunga tradizione orale, viene affidato ad un narratore scrittore. La storia si mescola con il mito, l'epica, la leggenda perché, come scrive Atzeni, "Credere che la storia dica la verità e il romanzo dica falsità è pericoloso. Poiché gli uomini si muovono sulla base di informazioni false e tendenziose bisogna convincersi che spesso gli storici non dicono verità, mentre i romanzi, a volte, raccontano più verità degli storici"
Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti forse è felicità. Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.

Lampedusa

Lampedusa di Maylis de Kerangal. "Mi dico che a volte scrivere è come fondare un paesaggio", dice la scrittrice. E nella notte in cui un bollettino radio comunica l'affondamento di un barcone proveniente dalla Libia e la morte di 300 persone al largo di Lampedusa, questo fa la De Kerangal: ricostruisce, ricompone Lampedusa affiancando alle immagini di morte altre immagini, ricordi, "risonanze".
La notte avanza. Sono ora inchiodata sull'isola di Lampedusa come quando ci si fissa su un granello di polvere sul foglio bianco. Ho l'impressione che esista come luogo in un non-luogo, sasso inalterabile emerso contro lo spazio liquido, terra delineata contro il mare indistinto in cui si aboliscono il tempo e la topografia - a lungo bisognò fare appello al cielo per stabilire una rotta, un allineamento di stelle indicava la direzione.

Procida

L'isola di Arturo di Elsa Morante. Romanzo di formazione fra i più noti. Vi è raccontata l'avventura interiore di un adolescente che, attraverso prove ed esperienze anche dolorose, lascia il mondo dell'infanzia per entrare direttamente in quello degli adulti. L'isola di Procida non è nel romanzo solo un luogo geograficamente connotato, ma il simbolo dell'infanzia, di un'età magica e precaria che deve essere abbandonata per entrare nel mondo adulto.
Senti, non mi va di vedere Procida mentre si allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia... Preferisco fingere che non sia mai esistita. Perciò fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio che io non guardi là. Tu avvisami a quel momento.E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti.Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più.

Un'isola greca

Dal mare verrà ogni bene di Christos Ikonomou. Un gruppo di Ateniesi, in seguito alla crisi economica che ha colpito la Grecia decide di abbandonare Atene cercando nuove opportunità e una nuova vita su un'isola dell'Egeo. Qui ritroveranno lo stesso sistema corrotto di potere e denaro che li aveva portati ad abbandonare la capitale. Qui saranno considerati, dagli abitanti dell'isola, stranieri, profughi, invasori.
L'isola è una prigione, e il mare le sbarre. Se ti trovi sulla terraferma, qualunque cosa succeda, te la dai a gambe o salti in macchina e scappi. Da queste parti, però, come fai a scappare? E per andare dove poi? Per questo ti dico che l'isola è una prigione. L'ho capito adesso. Ma è così. Una prigione. La sapevano lunga quelli che un tempo mandavano la gente al confino nelle isole. E adesso siamo allo stesso punto. Adesso siamo in democrazia, mi dici. Certamente. All'epoca mandavano la gente nelle isole di forza, adesso ci veniamo da soli. Una grande differenza, giusto? Giusto.

Leros

La prima verità di Simona Vinci racconta la storia terribile dell'isola manicomio di Leros, in Grecia. Nell'isola del Dodecaneso per anni vennero deportati pazienti psichiatrici provenienti da tutti i manicomi della Grecia fondando una "colonia per psicopatici" con oltre 2.700 posti letto. A questi si aggiunsero, durante il regime dei colonnelli, migliaia di oppositori politici. E' solo a partire dal 1991, dopo una serie di denunce della situazione, e dopo pressioni internazionali che si cominciò a lavorare per la chiusura del manicomio e la liberazione degli internati. Il romanzo di Simona Vinci racconta la storia di Angela, giovane ricercatrice italiana, che arriva sull'isola assieme a volontari, medici e psichiatri provenienti da tutta Europa.
L'isola si vorrebbe chiusa in sé stessa, autosufficiente, padrona del proprio destino quanto più la terraferma e le sue eco distruttive sono lontane; ma è un'illusione. Inesorabile la diversità biologica arriva con il vento, le maree, le navi che solcano le acque e portano uomini e bestie, naviganti, costruttori e disboscatori, qualche volta poeti. L'equilibrio di un'isola è perfetto e fragilissimo; un attacco esterno può minare ogni cosa, radere al suolo tutto ciò che la natura, paziente, ha costruito in migliaia di anni.

Porquerolles

Il clan dei Mahé di Georges Simenon. "Ci sarebbe andato a Porquerolles" Nonostante il clima troppo caldo che rende tutti insofferenti, la sistemazione in una pessima pensione, il cibo scadente, il dottor Mahé, "un tipo paziente", sa che sarebbe tornato, di anno in anno, nell'isola. Affascinato, turbato da una ragazzina col vestito rosso con la quale non scambierà mai nemmeno una parola, il dottor Mahè, seguendo il proprio turbamento interiore, non può sfuggire all'isola, al suo richiamo, al proprio destino.
Là sotto c'era un mondo ostile, un mondo a lui estraneo, davanti al quale si sentiva smarrito. E anche l'isola, con la sua cappa di cielo ronzante di sole, lo scorpione nel letto di suo figlio, il frinire assordante delle cicale...


Insulo de la Rozoj

L'isola e le rose di Walter Veltroni racconta una storia vera. Alla fine degli anni '60, al largo di Rimini, in acque internazionali, viene costruita un'isola artificiale, una piattaforma di cemento su palafitte. Fra sogno utopico (quello di un luogo dedicato all'arte, alla cultura, allo spettacolo) e sfruttamento commerciale, l'isola viene dichiarata stato autonomo con tanto di bandiera, carta costituzionale, emissione di francobolli, lingua ufficiale (l'esperanto). Fino all'epilogo inevitabile: l'abbattimento con cariche di tritolo da parte delle autorità.
E'  l'Isola delle Rose la creatura perfetta, il minotauro marino. E' figlia del mio desiderio, pratico, di trovare ricchezza e possibilità di qualcosa di nuovo, di grande, e della tua utopia, del tuo sogno di un mondo più aperto e più giusto, del tuo amore per l'arte e la bellezza.


L'isola Hispania

La zattera di pietra di José Saramago
E se la penisola iberica si staccasse dall'Europa e questa nuova isola cominciasse, lentamente, a navigare in mare aperto?
Dopo ci fu una pausa , si sentì passare nell'aria un grande soffio, come il primo respiro profondo di chi si sveglia, e la massa di pietra e terra, coperta di città, villaggi, fiumi, boschi, fabbriche, macchie incolte, campi coltivati, con la sua gente e i suoi animali, cominciò a muoversi, come una barca che si allontana dal porto e punta al mare di nuovo ignoto.


E ancora:

Avventure di piccole terre, di Ambrogio Borsani
Isole. Coordinate geografiche e immaginazione letteraria, a cura di Nicoletta Brazzelli
Inferni, mari, isole. Storie di viaggi nella letteratura, di Roberto Mussapi (al momento non in commercio, cercatelo in biblioteca)
PANTAGRUEL - Sconfinamenti d'estate, Rai Radio 3. La puntata del 30 luglio 2016 è interamente dedicata alle isole italiane

domenica 13 marzo 2016

E se ai lettori non importasse affatto sapere chi è Elena Ferrante?


Oggi sulla Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, è uscito un articolo che svelerebbe chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante (interessata e casa editrice hanno smentito). L'autore, Marco Santagata, sarebbe arrivato alla identificazione attraverso gli strumenti della indagine letteraria e filologica.
Su livello dell' informazione (pornografia informativa) bastino le parole di Mantellini (le trovate qui), sulle caratteristiche dell'indagine letteraria e filologica non mi pronuncio, i miei ultimi esami universitari in materia risalgono, letteralmente, al secolo scorso, me le ricordavo comunque diverse, come dire, più rigorose.

Resta qualcosa da dire sulla qualità della informazione e della critica letteraria italiana.
Se un lettore volesse farsi un'idea dei libri della Ferrante, magari prima di decidere se acquistarli o meno, o in attesa che si esaurisca la coda delle prenotazioni in biblioteca, leggendo supplementi culturali, articoli di riviste o di quotidiani, rimarrebbe certamente deluso. Pochissime informazioni su trama, temi, stile, scritture paragoni con altri scrittori.  Pesco dal mucchio (sul sito della casa editrice E/O trovate l'elenco aggiornato di tutte le recensioni)
Questo straordinario successo editoriale ha però al centro un mistero: chi è Elena Ferrante? Tutti i misteri di Elena Ferrante  - Donna Moderna, 4 marzo 2016
Lo scrittore dell'anno? E' un'ombra. Ha un nome femminile ma chissà come si chiama veramente. Dentro il nome che si è data si può celare una donna o un uomo, come sappiamo. Non sappiamo. Non c'è volto né corpo. Nessuna storia privata né pettegolezzi, o letture, festival, incontri con i lettori, e via presenziando.La scrittrice fantasma è una star - L'Unità, 31 dicembre 2015
Elena Ferrante: troppo umana, quindi esiste - Grazia, 19 giugno 2015
Così il mistero Ferrante conquista anche gli Usa - Repubblica, 11 novembre 2014
Potrei continuare: lettera aperte alla misteriosa scrittrice, pensosi dibattiti se sia lecito o meno nascondersi dietro l'anonimato, accuse di vanità e presunzione. Se poche, pochissime sono le informazioni, le notizie sui suoi libri,  ancora meno sono i tentativi di analisi critica, di contestualizzazione letteraria.

Camilla Panichi  404: file not found è autrice di una bella e articolata recensione all'ultimo volume della quadrilogia. Racconta la storia, mette in relazione il volume con quelli precedenti, analizza le tematiche, esamina lo stile, la scrittura: "uno stile oggettivo e da una prosa lucida e lineare, sempre presente a se stessa e all’io narrante (e di conseguenza al lettore) anche nel momento in cui la narrazione raggiunge l’apice della disperazione" e sente il dovere di precisare che "chi scrive non ha espressamente fatto riferimento alla querelle sul caso Ferrante. Sempre chi scrive non ha ceduto alla tentazione di fantasticare sull’identità, spostando il discorso sul pettegolezzo. Chi scrive non è interessato al “chi” ma al “come”. È un vizio di forma, una questione di metodo.

E' interessante dare un'occhiata a come vengono trattati i libri della Ferrante all'estero, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove la scrittrice ha  grandissimo successo. Anche qui pesco dal mucchio delle recensioni a lei dedicate per trovare frequentissime parole come language, style, prose, pacing, character, writing, plot. Insomma riferimenti alla concretezza della storia, del testo, alla sua analisi.
Much of the thrill of the four books lies just in this elastic back and forth between realism and hallucination. Some scenes, just by their tone and pacing, and by what they omit as much as by what they include, seem to take place in slow motion or under water or on another planet. Elena Ferrante’s New Book: Art Wins, Joan Acocella - The New Yorker
How is it that a book written by Lenù can so entirely capture Lila’s experience? Ferrante’s direct, almost naive style is greedy, willing to adopt the habits of other genres – the thriller’s cliffhangers, the romance’s love triangles, the mystery’s plot twists – and to absorb voices other than its narrator’sI was blind, she a falcon, Joanna Biggs - London Review of books
O basta confrontare l'intervista alla Ferrante su Repubblica del 5 dicembre 2014, tutta sulla questione dell'anonimato o quella su Paris Review (n.228 - 2015) che analizza temi coma la nascita delle storie, la costruzione delle trame, l'ispirazione, il lavoro della scrittura e della riscrittura

Insomma alla fine interessa davvero ai lettori sapere esattamente chi sia Elena Ferrante? A giudicare dal successo dei suoi libri, libri di una sconosciuta, sembrerebbe proprio di no. E allora che senso ha continuare a proporre attribuzioni pettegole e scoop mascherati da indagini letterarie, non sarebbe più interessante capire le ragioni di una storia, le caratteristiche di una scrittura, suggerire chiavi interpretative, percorsi di lettura?  Non aiuterebbe di più lettori e non lettori a districarsi nel mare magnum delle pubblicazioni?

Che ai lettori non importi nulla dell'anonimato per la Ferrante è ben chiaro (sempre dall'intervista di Repubblica)
- Ma la scelta dell’anonimato, e la curiosità che genera nei media, non rischia di trasformare in un “personaggio” la scrittrice (o lo scrittore)? Per Elena Ferrante non è così:- Temo che queste considerazioni riguardino solo la cerchia ristretta di quelli che lavorano nei media.[...] Fuori del circolo mediatico il mondo è ben più vasto e le attese sono altre. Per capirci, il vuoto che ho lasciato di proposito, lei, volente o nolente, per mestiere e a prescindere dalla sua sensibilità di persona colta, si sente chiamata a riempirlo con una faccia, mentre i lettori lo riempiono leggendo.

venerdì 11 dicembre 2015

Tutto quello che so sul sesso l'ho imparato in biblioteca

Troppo timida per chiedere ai miei,  troppo diffidente per fidarmi di quelle strane e incredibili storie che raccontavano bambini più addentro nei fatti della vita, quando volevo farmi un'idea precisa delle cose andavo alla biblioteca del posto in cui sono cresciuta.
Abitavo alla Cava, quartiere popolare separato dal centro di Forlì da due chilometri di campagna lungo la via Emilia e dal ponte di Schiavonia. Distanza piccola, forse più psicologica che reale, ma chi abita alla Cava ha sempre considerato il posto come  un'entità a parte, un nucleo separato e in qualche modo autosufficiente (vado a Forlì si diceva per andare in piazza Saffi e si compulsava l'orario dell'autobus, attenti a non perdere la corsa)
Insomma era quella, la biblioteca del quartiere, la mia biblioteca, l'unica di cui fossi a conoscenza, il posto in cui trovavo le risposte alle me domande.
Così la mia educazione sessuale è cominciata sfogliando il bellissimo Come nascono i bambini di Andrew Andry e Steven Schepp con le illustrazioni di Blake Hamilton. Libro che spiegava bene tutte quelle cose delle api e dei fiori e del polline ma che, invece di fermarsi lì, continuava a raccontare con i termini esatti, scientifici, con le parole giuste, con illustrazioni precise ma misurate come si concepiscono e come nascono i bambini.
In biblioteca, grazie ad una volenterosa bibliotecaria autodidatta, tanto incompetente in materia di libri quanto accogliente - vieni, entra - mi diceva - scegli quello che vuoi, puoi prendere quello che vuoi - sono nate e cresciute le mie letture incongrue, bulimiche, disordinatissime. Le avventure di Nancy Drew, i grandi classici, i libri assolutamente inadatti alla mia età.
Se ho cominciato ad amare i libri, la lettura lo devo (e lo dico senza nessuna retorica) anche alla
biblioteca della Cava che, qualche mese fa, è stata improvvisamente chiusa. Temporaneamente, si dice, si spera. La scuola nella quale era ospitata ha reclamato per sé quegli spazi e pare se ne stiano cercando dei nuovi.
E anche se si dice che le distanze si sono accorciate, anche se la campagna ai lati della via Emilia è stata sostituita da brandelli di città diffusa, la Cava continua ad essere (e a considerarsi) separata da Forlì. Da due chilometri e da un ponte. E molta della gente che vi abita è invecchiata (come sempre accade nella zone di nuovo inurbamento, dove tutti attraversano insieme le stesse fasi della vita) e vi sono nuovi bambini. E vecchi e bambini potrebbero non aver voglia o tempo o, più semplicemente, la possibilità di percorrere due chilometri e di attraversare un ponte e fare altra strada per raggiungere la biblioteca centrale. Alla Cava sarebbe più semplice, no?

giovedì 3 dicembre 2015

La lettura a un binario morto

Due tre cose sulla lettura


#1   La stazione di Forlì è molto semplice, ha tre binari: il numero 1 per i treni che vanno verso Bologna, il numero 2 per quelli che vanno verso Rimini e il numero 3 usato occasionalmente. Da qualche settimana, in seguito ad alcuni lavori, le cose sono cambiate. I treni per Bologna partono dal binario 2, quelli per Rimini dal binario 3 e il binario 1 al momento è inutilizzato.
Ieri Elisa, collega che lavora a Bologna e di treni ne prende, scriveva sulla sua pagina facebook:

L'analfabeta funzionale non legge i cartelli, che pure sono ben grandi e ben visibili nell'atrio e all'ingresso del corridoio. L'analfabeta funzionale non segue la segnaletica modificata. Non si domanda neppure perché è solo su un binario mentre il resto della gente è dall'altra parte della strada ferrata. Salvo poi imprecare mentre si scapicolla giù per le scale, che "cambiano tutto e non dicono mai niente"

A me sembra una immagine perfetta per capire a cosa serva effettivamente la lettura. Prima ancora che per quelle qualità morali di cui viene abitualmente investita (leggete qui cosa scrive Mario Filloley) e che generalmente vengono espresse con quelle frasi ad effetto di cui si parlava qui.
Prima del fatto che "La lettura è il viaggio di chi non può prendere un treno"  o che "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria", leggere serve, banalmente, a non starsene da soli su un binario morto, incapaci non solo di prestare attenzione a cartelli e avvisi ma anche di attribuire significato al comportamento degli altri. Leggere serve a prendere i treni che dobbiamo prendere, a vivere un po' più consapevolmente la propria vita. Nelle situazioni semplici, come quelle della stazione a Forlì, ma anche in quelle più complesse dove i binari sono più di tre.

#2 Tempo di scelte di scuola media superiore. Qualche giorno fa ho partecipato con la figlia tredicenne all'open day del Liceo Classico. Io ho un rapporto di amore e odio col Liceo Classico,  frequentato in tempi immemorabili.
Una insegnante ha fatto un discorso bello e sentito sull'importanza degli studi classici per capire la contemporaneità, sull'importanza del pensiero critico, dell'essere partecipi, dell'essere soggetti attivi nella propria esistenza. Ha citato Platone e la paideia e io già mi stavo intenerendo e pensavo che forse il Liceo Classico non era stato causa delle mie infelicità adolescenziali, che forse in quei tempi immemorabili ero solo una adolescente infelice che frequentava il classico, quando l'insegnante ha parlato di "un altro grande pensatore che cito sempre: Massimo Gramellini" ed in particolare di quel Buongiorno di qualche anno fa in cui difende lo studio del greco e del latino.
Capisco che gli open day siano l'occasione per tentare di accaparrarsi un po' di studenti, ingraziarsi qualche genitore mostrando un lato più moderno, ma davvero possiamo paragonare il pensiero di Platone al distillato di senso comune, quando non di luoghi comuni, che ogni mattina molti di noi mandano giù col caffè?
Siamo veramente convinti che "Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita" o non è piuttosto una di quelle banali semplificazioni che sentiamo ripetere sempre uguali da decenni, assieme a quella che il classico ti insegna un metodo di studio?
Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila la tecnica per districarsi fra Tacito e Platone, forse. E tutto sommato non sarebbe un risultato di poco conto. Per trarne insegnamenti di carattere generale, insegnamenti di vita le cose sono un pochino più complicate e gli elementi che concorrono molti di più.
Io non so che scuola sceglierà mia figlia, mi piacerebbe fosse una scuola in grado di affrontare la complessità senza appiattirla, una scuola in grado di leggere Platone e Gramellini senza elevare quest'ultimo al rango di grande pensatore.

#3 Ho riletto ultimamente un piccolissimo libro di Luca Ferrieri, Il lettore a(r)mato. Vademecum di autodifesa. Pubblicato nel 1993 per Millelire Stampa Alternativa (qui potete leggerlo tutto). Il libro, che per l'attualità dell'analisi, sembra scritto ieri e non 22 anni fa,  è un invito al lettore ad armarsi delle armi della consapevolezza del proprio ruolo e dei propri diritti.
E qui sotto, con le parole che lo chiudono,  torniamo all'uomo in stazione, fermo ad un binario da cui non parte nessun treno

Leggere: un atto politico
Non potremo mai cambiare la realtà se non (la) sappiamo leggere.

domenica 8 novembre 2015

Vi rispiego il romanzo rosa (con l'aiuto di una lettrice particolare)

E con l'aiuto Mr. Darcy/Colin Firth qui a fianco.

E' vero i romanzi rosa non sono solo come quelli descritti nel post precedente. Me lo scrive Sandra Olianas, collega bibliotecaria sarda, lettrice di romanzi rosa, ha un blog Bisus, in cui scrive anche di libri. E lo faccio spiegare a lei

Per un momento leggendo questo post di Denise me lo sono chiesta se sia davvero così, se sia colpa dei romanzi rosa e se mi sarei fatta fregare anche io dal vedovo americano,  visto che nel rosa ci sono dentro fino al collo. Poi però mi sono subito risposta di no, ché tanto, almeno per il momento, non posso essere smentita.  Perché ci sono diverse gradazioni di rosa (ho qualche pudore ad usare il termine “sfumature” negli ultimi tempi)  e ci sono anche lettrici di rosa di un’altra specie.
E’ vero, gli stilemi del genere sono  gli stessi  in tutte le gradazioni, ma la formula giusta per ottenere il rosa che amiamo e quella di sottrarre sentimentalismo e aggiungere ironia, o quantomeno dialoghi brillanti.  Nella  memoria letteraria delle nostre autrici non c’è la Invernizio ma Jane Austen, insomma.  Ma veniamo a noi. Non proverò nemmeno a dire che non ci facciamo coinvolgere emotivamente perché dentro i romanzi che ci piacciono ci finiamo proprio tutte intere.  Piangiamo, sospiriamo (in senso figurato!) e ridiamo pure molto. Forse è vero che a volte cerchiamo la gratificazione emotiva, ma non fa alcuna differenza: ci godiamo i nostri romanzi anche nei momenti in cui siamo perfettamente gratificate.  E siamo soprattutto molto consapevoli. Consapevoli del fatto che a passare dallo stato solito a quello liquido solo per una dichiarazione d’amore ben  fatta, anche se non a noi, qualche problemino dobbiamo averlo per forza. Consapevoli delle nostre emozioni,  ché ne abbiamo a volte dovuto scandagliare gli abissi. Consapevoli del fatto che il lieto fine è un fermo immagine, dipende solo dal momento in cui decidi di fermare la storia, e di tutto il casino che può esserci oltre un fermo immagine. Consapevoli  del fatto che un vedovo americano che sostiene di essersi innamorato di noi dalla foto del profilo su facebook è sicuramente un truffatore e l’unica cosa cui può avere accesso non è il nostro conto in banca e tanto meno il nostro cuore, ma il nostro senso del ridicolo. Perché se anche avessimo bisogno di qualcuno che ci fornisca in maniera vicaria quell'attenzione e accudimento che non riceviamo a sufficienza nella vita quotidiana, ci servirebbe almeno un Mr Darcy che ingaggi con noi uno stimolante duello dialettico e non ci accontenteremo mai di un Mr. Collins qualunque, senza nemmeno la sua involontaria ironia.

E hai ragione Sandra ci son tante gradazioni di rosa. Anzi sfumature. Usiamo pure la parola, in fin dei conti anche la trilogia della James non è altro che un romanzo rosa con l'aggiunta di un po' di armamentario da sex shop e un product placement tanto pervasivo da produrre effetti opposti (non guiderei mai una Audi nemmeno se me la regalassero, e in effetti Mr. Grey regala Audi come fossero scatole di cioccolatini)

E cercando di capire un po' di più mi imbatto in questo libro, che mi riprometto di cercare e leggere:
Anna Paschetto, No lei disse no non voglio. La trama della commedia romantica nel romanzo inglese
Marcos y Marcos, Milano, 2001
Copio dalla presentazione editoriale:
Nell’analisi di Pamela, Pride and Prejudice e Jane Eyre, Anna Paschetto individua i principi strutturali della trama rosa, che si situa nella tipologia della commedia in una prospettiva peculiare, atta a soddisfare un’esigenza ideologica e psicologica propriamente femminile. In questo senso, la trama rosa si fa mito ricorrente che riproduce ai più diversi livelli di complessità  di banalità un modello inventivo dove la donna, attraverso la decisa negazione della femminilità come natura indiscriminata, impone all’uomo il proprio modello di erotismo e la propria individualità come persona.
Questo saggio dimostra come l’eroina rosa non è masochista, né accetta come ineluttabile un destino matrimoniale che anzi rifiuta, finché l’uomo non ha compiuto un processo di riconsiderazione della natura del rapporto amoroso che lo renda adatto a costituire la metà di quell’essere utopico che è la coppia.

Siamo a cavallo penserai, cara Sandra, la donna dice no finché l'uomo non ha ha compiuto un processo di riconsiderazione della natura del rapporto amoroso. E invece no, siamo rovinate, perché se c'è qualcosa di peggio della sindrome della crocerossina (io ti salverò) è certamente quella dell'io ti cambierò.
E in effetti conclude la presentazione: Per questo il romanzo rosa resta un mito femminile che le donne amano raccontarsi ma che ha pochi punti in contatto con la realtà.

Meglio rimettersi a leggere, no?

------
L'immagine sopra, tratta dallo sceneggiato Orgoglio e Pregiudizio della BBC,  ritrae Colin Firth  che esce da un piccolo lago nel quale si è buttato per placare il proprio tormento interiore (scrivo come in un romanzo rosa) e pare essere al primo posto nell'immaginario erotico sentimentale delle donne inglesi .
Ovviamente nel romanzo Mr. Darcy non si tuffa e non esce dall'acqua del laghetto con lo sguardo disperato e la camicia bagnata che gli aderisce al torace, ma chi siamo noi per perderci in queste sottili questioni filologiche austeniane?

venerdì 6 novembre 2015

Vi spiego il romanzo rosa (con l'aiuto di un vedovo americano)

Gira su facebook una truffa rivolta alle signore della mia età, alle signore di mezza età. Me lo raccontavano alcune amiche.
E' la truffa del vedovo americano. Si riceve una richiesta di amicizia da un signore, un americano dice lui. Questo signore vive momentaneamente in Nigeria o in altri paesi lontani dove fa il militare o altri lavori  un po' vaghi ma comunque interessanti: manager in una multinazionale, ingegnere petrolifero, costruttore di ponti e strade. Il signore in questione è sempre vedovo, in alcune varianti ha anche perso tragicamente la prole, in ogni caso è in procinto di abbandonare l'Africa e trasferirsi definitivamente in Italia (guarda caso ha spesso origini italiane).A questo punto avete capito come va a finire, il triste vedovo ritrova il sorriso grazie alla malcapitata, imbastisce una relazione a distanza e comincia a pianificare l'arrivo in Italia. E qui cominciano i problemi, gli intoppi, gli intralci. Una penale da pagare per poter lasciare prima la propria occupazione. La difficoltà ad accedere al proprio conto in banca. Alcune pendenze da saldare. E la trepidante truffata mette mano al conto corrente e partono bonifici internazionali.
Insomma ci sono state varie denunce e parecchie donne di mezza età turlupinate.

Qualche giorno fa è capitato a me.
Ricevo una richiesta di amicizia da un sedicente ingegnere petrolifero che vive a Nairobi. In un lungo messaggio mi scrive che quando ha visto la mia foto profilo ha provato un sentimento che non provava da 6 anni, quando sua moglie e suo figlio sono morti in un incidente stradale, e aggiunge che fra poco finirà il suo lavoro in Africa e si trasferirà in Italia dove vuole iniziare una nuova vita con me. (Poi dicono che gli uomini oggigiorno sono indecisi)
Passato il fou rire e un primo momento di rabbia, no non nei confronti dell'ingegnere petrolifero, ma delle signore mie coetanee che si son fatte abbindolare (è vero che ci han tirato su con le favole del principe azzurro e un'opera costante di smantellamento dell'autostima, ma sarebbe ora di darsi una svegliata da sole senza aspettare l'arrivo di un principe che vuole i soldi per il viaggio), capisco che questa storia funziona molto bene perché è una perfetta costruzione narrativa.
Racchiude in sé tutti gli stilemi del romanzo rosa, da Carolina Invernizio ad oggi. Un uomo forte ma che ha molto sofferto,  e che grazie a noi sta ritornando alla vita (ah, la sindrome della crocerossina), una storia d'amore con la promessa dell'happy end, le difficoltà da superare che fortificano l'amore e rendono più agognato il lieto fine. Sullo sfondo un'ambientazione esotica  affascinante e pericolosa che connota il carattere del protagonista maschile.
E se è vero che quello che connota le lettrici di romanzi rosa è il coinvolgimento emotivo nella narrazione - Janice A. Radway giunge a dire che "La lettura del romance integra le strade normalmente aperte alle donne per la gratificazione emotiva, fornendo loro in maniera vicaria quell'attenzione e accudimento che esse non ricevono a sufficienza nella vita quotidiana (La vie en rose. Letteratura rosa e bisogni femminili, Dino Audino Editore, 2012) - allora i vedovi americani consentono di vivere un romanzo. A caro prezzo.


lunedì 29 giugno 2015

Come è triste Venezia

Io Brugnaro, il nuovo sindaco di Venezia, e quelli come lui, messi davanti ad un libro me li immagino un po' come gli scimmioni di 2001 odissea nello spazio davanti al monolito: lo guardano, ci girano attorno, emettono suoni disarticolati, lo toccano con circospezione, non riescono a capire cosa sia, ma ne avvertono la pericolosa importanza.
O come la madre di Jeannette Winterson, che proibisce alla figlia la lettura di libri di narrativa perché considerati portatori di guai e perché "il guaio di un libro è che scopri cosa contiene (e lì cominciano le pene) quando ormai è troppo tardi". La Winterson lo racconta nel romanzo autobiografico Perché essere felice quando puoi essere normale che è, fra le altre cose, la storia di una passione per i libri e la lettura nata anche dalla loro proibizione.

Brugnaro, appena eletto, dando corso ad una promessa fatta in campagna elettorale, ha ordinato di eliminare da asili nido e scuole materne "libri gender, genitore 1 e genitore 2"
Questo l'elenco che circola

E la messa all'indice di questi libri, alcuni bellissimi come quelli di Leo Lionni (bandito per ben tre volte con Piccolo blu e piccolo giallo, Pezzettino e Guizzino), si spiega solo con l'attribuire al libro una forza grande, misteriosa e sconosciuta. Insomma alla fine, quasi quasi, verrebbe da ringraziarlo Brugnaro per avercelo ricordato. E per aver dato vita, con il suo index librorum prohibitorum, ad una delle più grosse campagne di promozione della lettura degli ultimi tempi, visto il moltiplicarsi di riflessioni, condivisioni, inviti ad esporre i libri in biblioteche e librerie, a organizzare letture collettive.

Purtroppo, sempre nella stessa giornata (24 giugno), il sindaco per "garantire il ripristino di alcuni servizi essenziali" ha anche deciso di non rinnovare il contratto ad alcune cooperative socioculturali che collaboravano alla gestione delle biblioteche comunali licenziando, di fatto, 18 bibliotecari. La biblioteca non è considerata un servizio essenziale. Non è una novità, bastava leggere il suo  programma elettorale, in cui si parla di turismo, glamour ed eventi, per capirlo.


sabato 6 giugno 2015

Il solito post sulle famigerate letture estive

Io lo so che, visto che è finita la scuola e la temperatura si è alzata, dovrei scrivere il solito post sulle famigerate letture estive. Piacciono  molto a noi bibliotecari i post sulle famigerate letture estive.
Possiamo lamentarci di quanto poco gli insegnanti di lettere (molti di loro) leggano e conoscano la narrativa per ragazzi, di come consiglino sempre gli stessi libri ecc. ecc.
Però, siccome non ci hanno dato tregua nemmeno durante l'inverno, chiedendoci libri sull'olocausto per bambini di 3/4 anni, e diari, oltre a quello di Anna Frank, scritti da bambini in tempo di guerra, se proprio volete leggervi un post sulle famigerate letture estive potete leggere quello dell'anno scorso, oppure quello del 2013 ed anche quello del 2012.
Tanto, vi garantisco, non è cambiato assolutamente nulla.

mercoledì 3 giugno 2015

Cookie love

Non mi è chiaro se anche chi ha un blog deve assoggettarsi a quella colossale corbelleria che è la cookie law.
Comunque non ho difficoltà a dichiarare che colei che sporadicamente scrive questo blog fa uso non sporadico di cookie. Quando ha tempo autoprodotti, in ogni caso di vario tipo. Che utilizza i cookie per raccogliere informazioni sulle persone, dal momento che diffida grandemente di chi non ama e non consuma cookie, biscotti e dolcetti in genere.

E siccome in questo blog si parla di narrativa, anche in romanzi e racconti si fa grande uso di biscotti.
Ovviamente viene subito in mente la madeleine di Proust intinta nell'infuso di tiglio. Ed anche Alice che nella tana del coniglio trova un biscotto con la scritta "mangiami" e dopo averlo assaggiato diventa gigantesca. Ed Hansel e Gretel che si sfamano con la casetta di biscotto della strega e l'omino di pan di zenzero della tradizione inglese mangiato dalla volpe.
Il protagonista di Dolcezza, nei Sillabari di Parise, passeggia per Venezia e assapora la dolcezza, velata di malinconia, dell'esistenza gustando dei kipferl di pasta di mandorle in un caffè in piazza San Marco.
E i biscotti ai semi di papavero più volte citati ne La famiglia Karnowski rimandano alla terra d'origine lontana e alle tradizioni così come alla tradizione si rifà anche la preparazione dei gueffus di pasta di mandorle in Accabadora.
Nel racconto Furto in pasticceria, in Ultimo viene il corvo, gli improbabili ladri penetrati in pasticceria per rubare i soldi della cassa, si fanno distrarre da torte, paste, biscotti, savoiardi e amaretti e restano sgomenti davanti all'idea di "dover scappare prima d’aver assaggiato tutte le qualità di dolci"
In Guerra e Pace invece il più piccolo dei fratelli Rostov, Petja, si fa largo fra la calca per riuscire ad agguantare uno dei biscotti che lo zar, dal balcone, lancia alla folla. "Non sapeva perché, ma sentiva di aver bisogno di prendere uno di quei biscotti dalle mani dello zar e di non potervi rinunziare a nessun costo".

E poi le scatole di biscotti, come quella di Norvegian Wood "Hai presente quelle scatole di latta con i biscotti assortiti? Ci sono sempre quelli che ti piacciono e quelli che no. Quando cominci a prendere subito tutti quelli buoni, poi rimangono solo quelli che non ti piacciono. È quello che penso sempre io nei momenti di crisi. Meglio che mi tolgo questi cattivi di mezzo, poi tutto andrà bene. Perciò la vita è una scatola di biscotti"
O la scatola di biscotti al cioccolato che Cookie Boy, abilissimo topo d'appartamento, lascia come firma di ogni suo colpo, nei romanzi di Ed McBain della serie dell'87° distretto.
O, per finire, le scatole di latta dei biscotti SAIWA che riportano le parole di D'annunzio (che si dice essere anche l'inventore dell'acronimo Società Accomandita Industria Wafer e Affini)
"Queste vostre novissime scatole di biscotti fini superano in finezza e in bontà le migliori di Inghilterra.
Son troppo squisite per me.
Vi ringrazio, Vi lodo
Vittoriale, 11 marzo 1929 – GdA – marinaio”

Marcel Proust, Alla Ricerca del tempo perduto, Mondadori "I meridiani", 1983
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Garzanti 1993
Goffredo Parise, Sillabari, Adelphi, 2004
Israel Joshua Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi, 2013
Michela Murgia, Accabadora, Mondadori, 2009
Italo Calvino, Ultimo viene il corvo, Mondadori, 1994
Lev Tolstoj, Guerra e pace, Garzanti 1994
Haruki Murakami, Norvegian Wood
Ed McBain, romanzi della serie dell'87° distretto

domenica 24 maggio 2015

Quando i mulini erano bianchi

Ovvero, grattare la superficie: perché leggiamo meno


Qualche giorno fa ho letto l'articolo Via i cellulari. Leggete con lentezza. Le 14 regole dello slow reading di David Mikics. L'autore racconta di quando, trovandosi in un posto isolato e privo di connessione internet, passato un primo momento di smarrimento, ha la sensazione di vivere in un mondo prodigiosamente nuovo e capisce di avere molto più tempo anche per leggere.
Ora che l'assenza di connessione internet produca sensazioni di straniamento e percezione alterata della realtà è un fatto che tutti più o meno abbiamo sperimentato. Io, ad esempio, in condizioni analoghe a quelle di Mikics, su un'isola sperduta con una connessione malamente funzionante, ad un certo punto ho cominciato a pensare che avrei potuto cominciare a correre. In agosto, con oltre 30 gradi. E chi mi conosce sa quanto reputi perniciosa ogni forma di attività fisica.
Il fatto è che Mikics torna corroborato dalla sua vacanza senza internet e, riandando con la memoria a quando da giovane  viveva sconnesso ma con molto più tempo a disposizione, invita alla pratica dello slow reading. Cioè a riappropriarsi di tempo privo di distrazioni per imparare o reimparare  a leggere lentamente.
Insomma l'ennesimo articolo del genere "Quando i mulini erano bianchi" che  piace tanto a certa nostra stampa: un nostalgico riecheggiare i bei tempi andati quando privi di connessione internet c'era tempo per tutto: leggere, pensare, incontrare gli amici di persona, fare il pane in casa. Insomma internet uguale a distrazione, a pericolosa sirena d'Ulisse.
E se provassimo ad andare un po' oltre a questa banalizzazione? A grattare un po' la superficie di quell'opinione diffusa che vede il web come il padre e la madre di tutte le nostre superficialità? Veramente non leggiamo o leggiamo meno solo perché siamo sempre connessi? Forse è un po' troppo semplice come spiegazione, forse ci sono altri motivi, ad esempio la qualità eufemisticamente non eccelsa di molti dei libri che ci vengono propinati. Leggere è sempre una attività preferibile al web, al guardare la televisione, al fare una passeggiata (leggete Uno può anche non leggere di Virginia Gentilini)? Anche leggere libri brutti, scritti male, editati peggio?
Il fatto è che, come scrive Mario Fillioley, I libri sono da sempre vittime di questo fraintendimento. Alla lettura viene affidata una missione pedagogica alta e salvifica che invece ad altre arti, come la musica o il cinema, è concesso di non dover assolvere. Questo porta da una parte a bollare come libroidi, cioè quasi come proibiti, i libri di puro intrattenimento, e dall’altro, all’opposto, a sostenere che leggere è bene in sé, quale che sia la cosa che leggi, perché leggere è utile, istruttivo, interessante, e te ne accorgerai perfino leggendo il libro della Casati Modignani che ti stiamo proponendo.
Qui, su minima&moralia, trovate l'intero articolo, scritto in occasione della campagna di promozione della lettura #ioleggoperché (se invece volete sapere qualcosa di più sulla origini della campagna leggete qui cosa scrive Maurizio Caminito).
E se provassimo a considerare il web non solo o non esclusivamente come fonte di distrazione ma come un contenitore nel quale il "narrativo" è trasportato? Il ragionamento è articolato, lo fa Christian Raimo in un'intervista di qualche mese fa che potete leggere qui, nella quale si parla di industria culturale, ma anche di narratività, fruizione delle storie, trasformazione del romanzo. Raimo ricorda fra l'altro come ogni età abbia avuto le sue distrazioni dalla lettura
Quando eravamo piccoli, ci fu l’invasione dei cartoni animati giapponesi. Si credeva che questi cartoni togliessero completamente ai ragazzi la possibilità di leggere libri. Io passavo moltissimo tempo guardare la televisione, ma questo mi ha insegnato a leggere in maniera diversa i romanzi, a chiedere delle formule narrative altre. Dopo aver visto Breaking Bad, se trovo un noir scritto male, mi annoio. E magari mi guardo un’altra serie. Ma se trovo un romanzo che concilia la qualità della trama con una scrittura eccelsa, me lo “ciuccio da morire
Insomma ha senso ricordare nostalgicamente i bei tempi andati, ammesso che fossero così belli, o non sarebbe forse meglio cercare di capire come internet, il web, i social network stanno cambiando le narrazioni e il modo di fruirne?
E, soprattutto, ha senso ridurre un fenomeno così complesso, articolato, come quello della passione per la lettura e della sua crisi alla mancanza di tempo, alle distrazioni della rete?
Vien da pensare che come passione sia ben poca cosa se non si è grado di trovare il tempo di coltivarla, se soccombe alla tentazione di un click.

Postille #1
Due tre cose sull'articolo pubblicato sul Corriere.
Si tratta della traduzione di uno scritto di Mikics (come appare indicato), ma non è dato sapere di quale scritto si tratti, se un articolo giornalistico o un brano del suo libro (che non viene citato).  Non è dato sapere neppure se si tratti di uno scritto tradotto integralmente o se siano stati scelti qua e là alcuni passi utili a corroborare la linea editorial/culturale del Corriere.
Il titolo fa riferimento a 14 leggi dello slow reading che di fatto non vengono citate ma che potete leggere qui.
Insomma quando leggo qualcosa mi piacerebbe sapere con esattezza di cosa si tratti.

Postille #2
David Mikics nel 2013 ha pubblicato un libro: Slow reading in a hurried age che si propone attraverso appunto 14 regole di insegnare a leggere lentamente e con attenzione. Non ho letto il libro e mi limito pertanto a esprimere qualche perplessità sul fatto che il piacere di leggere (che come sappiamo non sopporta l'imperativo) possa essere oggetto di regole, prescrizioni, esortazioni, manualistica. Perplessità espresse anche qui, oltre alla convinzione che la posizione di Mikcks sia completamente anacronistica o addirittura fuori dal tempo (Mikics takes his slow reading cue from the American “New Critics” of the mid-20th century; he wishes to return to a time not just before the internet, but also before the far-reaching reformulations of literary study since then. Ideally, we have a reader alone with a book, and literature offers security in an unsettled age) posizione ribadita con più forza anche in questo altro articoloEvery age has been a hurried age, and slow reading has always been a choice. Silly books like this one – calling for the return to a golden age that never existed while at the same time condemning the golden age unfolding right under the author’s upturned nose – have never added anything useful to the real questions posed by the rise of both the Internet and electronic books. Those questions – that debate – goes on and gets more and more interesting with every passing year, but you won’t find it in Mikics’ pages. Instead, what you’ll find here is a sepia-tinted love letter to that time when we all savored and treasured every book we read, carefully and lovingly selecting each one, maybe twenty a year but certainly no more than forty. 

Postille #3
Sul Mulino Bianco
Ricordo, oltre vent'anni fa, una visita all'Abbazia di San Galgano, in Toscana. Era un pomeriggio di maggio ed eravamo praticamente soli mio marito ed io nella grande, bellissima  navata a cielo aperto. Proseguendo nel nostro viaggio, pochi chilometri più avanti centinaia di macchine parcheggiate sul ciglio della strada. Scopriamo così il famoso mulino bianco di pubblicitaria memoria, meta turistica di grande richiamo. E scopriamo che grattando sotto il bianco della superficie, quell'intonaco chiaro evocativo di cose sane, genuinità, salute steso appositamente per la campagna pubblicitaria, ci viene restituita la straordinaria, non banale, articolata complessità di una bella costruzione in sasso e pietra.

martedì 4 novembre 2014

Generazione Amazon

Amazon lancia oggi Kindle Unlimited, l'accesso illimitato a oltre 15.000 titoli in italiano e oltre 700.000 in altre lingue  9,99 al mese, da oggi in prova gratuita per un mese.
Fra primi entusiasmi e prime critiche la cosa più significativa su questo fenomeno mi sembra l'abbia scritta Douglas Coupland nel suo romanzo Generazione A, 4 anni fa.

"Tenente, qui c'è scritto che le vendite di libri sono al massimo storico da quando gli umani per comprarli utilizzano una tecnologia chiamata Amazon-punto-com"
"Sono statistiche ingannevoli, signore. Amazon incrementa il bisogno degli umani di possedere libri, ma non necessariamente leggerli."

mercoledì 22 ottobre 2014

Elena Ferrante: mi si nota di più se...

Elena Ferrante è scrittrice molto amata sia in Italia che all'estero. Recensita più volte, e molto positivamente, dal New Yorker, oggetto in Italia di compulsive maratone di lettura da parte di chi, iniziato il primo volume de L'amica geniale, non è riuscito a fermarsi fino alla fine del terzo e attende con impazienza l'imminente uscita del quarto ed ultimo volume.
Inevitabilmente, parlando della Ferrante, si finisce per parlare della sua scelta di vivere nell'anonimato. Di lei si sa solamente che è nata a Napoli e si dice viva in Grecia. Da anni si sostiene che dietro questo nome si nasconda in realtà lo scrittore Domenico Starnone che più volte ha smentito.
Negli ultimi giorni sono usciti due articoli proprio su questa scelta di vivere appartati, di parlare solo attraverso le proprie opere. Uno su La Stampa, Il caso Ferrante, il romanzo italiano secondo il New Yorker, di Paolo Di Paolo e l'altro su The Guardian, Who is the real Italian novelist writing as Elena Ferrante?

Da una parte, su The Guardian, si ripercorrono le ragioni di una scelta, a partire da una lettera inviata nel 1991 dalla scrittrice alla sua editrice, Sandra Ozzola, e pubblicata ne La frantumaglia, fino alla ennesima smentita di Domenico Starnone. E le parole che la scrittrice Jhumpa Lahiri rivolge idealmente alla Ferrante: "Che meraviglia, il fatto che lei sia una scrittrice che riesce a comunicare con il mondo soltanto tramite le sue parole, soltanto tramite la letteratura." (trovate il testo integrale, pubblicato sul Corriere della Sera qui).
Insomma un articolo semplice ma documentato che fornisce informazioni, che permette di farsi un'idea e che dà conto anche del pezzo di Paolo Di Paolo che appartiene invece al genere "rancorosa stroncatura".
In pratica, dati per conosciuti i fatti, Di Paolo sostiene che con la Ferrante la mano della critica sia leggera proprio per il suo nascondersi, il suo non apparire. Critici come Fofi, Guglielmi "l’hanno omaggiata, ma non prenderebbero in considerazione con la stessa serietà romanzi di autrici non così dissimili da Ferrante, per tematiche e stile, come Cristina Comencini, Simonetta Agnello Hornby o Sveva Casati Modignani"
E poi un sistema infallibile: l'estrapolazione di una frase (mi aveva smosso la carne senza smuovere la sua, brutto stronzo) per dimostrare la scarsa qualità letteraria di un'autrice.
"Se le scrive la Mazzantini non vanno bene; se le scrive la Ferrante sì. Ma la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci, la sua distanza abissale da tutto: nessuno l’ha mai vista, nessuno l’ha mai intervistata di persona, nessuno l’ha mai incrociata per caso, come perfino al vecchio eremita Salinger era accaduto al supermercato."
Insomma saremmo al dilemma di Ecce Bombo: Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Al di là di quello che si può pensare di questa scrittrice, del giudizio che noi lettori possiamo dare dei suoi libri (per mia parte devo dire di non aver ancora letto la tetralogia de L'amica geniale, ma di aver molto amato i romanzi precedenti: L'amore molestoI giorni dell'abbandonoLa figlia oscura) è davvero così importante sapere che faccia abbia la Ferrante, sapere quale sia il suo vero nome? E' proprio vero, come sostiene Di Paolo, che  "il gioco degli pseudonimi in letteratura è lecito - ma che - in quanto gioco, è infinitamente meno interessante di una vita, di una faccia, di un’esperienza reale".

E se invece avesse ragione Marilena Puggioni, collega, lettrice appassionata della Ferrante e amica a distanza di tante letture:
"A me pare di conoscere molto più la Ferrante di tanti altri scrittori e scrittrici che vanno a fare tanto lo gna gna alle presentazioni dei loro libri ma non dicono un benemerito c...o di loro, o che possa tornare utile per noi. Narcisimo allo stato puro e boh, ci danno solo frivolezze"


Scrivendo queste righe mi sono accorta che tutte le copertine dei libri della Ferrante (quelle italiane per lo meno) sono illustrate con persone viste di spalle o senza testa. Anche loro, come l'autrice,  sfuggono alla identificazione, alla condanna di essere riconoscibili.