Qualche giorno in viaggio fra Toscana e Romagna ho finito di leggere Tramonto e polvere di Lansdale. In e-book.
Un inizio decisamente folgorante e poi una storia ben congegnata e furbetta, continue strizzatine d'occhio al lettore, insomma niente di particolare ma comunque una lettura piacevole per un viaggio in treno, pensavo, prima di affrontare l'ultima parte del romanzo: pastrocchiata, confusa e a tratti di difficile comprensione.
Ho dato la colpa alla stanchezza e ho provato a rileggere le ultime pagine con più attenzione, concentrandomi, ma la sensazione di confusione è rimasta.
Eppure dovrebbe essere la parte più avvincente: il ritmo si fa più serrato, ci si avvicina allo scontro finale fra "buoni" e "cattivi". Se fossimo in un un film vedremmo un montaggio alternato delle loro azioni: i buoni che si nascondono, i cattivi che scoprono il loro nascondiglio, i buoni che scappano, i cattivi che li inseguono...
Nell'e-book invece una lunghissima descrizione degli eventi senza soluzione di continuità senza comprendere, a volte, dove ci si trova e con chi.
Poi ho capito e per esserne certa ieri ho cercato il libro cartaceo in biblioteca e ho avuto la conferma.
Nell'e-book mancano le interlinee vuote che separano i paragrafi. Spazi che sono fondamentali perché introducono al cambio di scena e di prospettiva, rallentano il ritmo della narrazione proprio quando è al suo culmine per poi farlo ripartire con più slancio. Spazi che sono dei veri e propri respiri profondi.
E nell'e-book non ci sono.
Sciatteria, negligenza, vera propria incapacità di che ha confezionato l'edizione elettronica? Non saprei, probabilmente un misto di tutto questo, certamente scarso rispetto per il lettore e per lo scrittore ed anche scarso rispetto per il proprio lavoro.
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro (Elio Pagliarani, La ragazza Carla)
domenica 7 ottobre 2012
sabato 15 settembre 2012
I poteri terapeutici della Dewey
Sono debitrice per il titolo e per tutto il post alla collega Marilena Puggioni che mi ha fatto scoprire Perché essere felice quando puoi essere normale? di Jeanette Winterson. Non conosco personalmente Marilena, ma da un po' di tempo ci scambiamo suggerimenti di lettura su facebook scoprendo non poche affinità reciproche.
Il libro è il racconto autobiografico dell'autrice, cresciuta da una famiglia adottiva di cristiani pentecostali, è il racconto di un infanzia e una adolescenza vissute all'insegna di una religione cupa e oppressiva.
Ma è anche la storia di un grandissimo amore per i libri e la lettura.
Amore che, come spesso accade, nasce dal divieto, dalla proibizione
Avevo il permesso di leggere saggi sui re e sulle regine, e opere di storia, ma per nessuna ragione al mondo potevo leggere libri di narrativa. Erano quelli i libri che portavano guai.Le chiesi perché non voleva libri in casa e lei rispose: «Il guaio di un libro è che scopri cosa contiene solo quando è troppo tardi»
La biblioteca di Accrington diventa un rifugio (Era come vivere in una biblioteca, il luogo dove ero sempre stata più felice) nel quale passere il tempo leggendo romanzi in ordine alfabetico scoprendo, per fortuna immediatamente, gli scritti di Jane Austen, e scoprendo anche altri possibili criteri di ordinazione
La biblioteca pubblica di Accrington utilizzava la classificazione decimale Dewey, perciò i libri erano meticolosamente catalogati, a esclusione della narrativa di puro intrattenimento, che tutti disprezzavano. Così, i Romanzi d’Amore erano contrassegnati da un’etichetta rosa ed erano sistemati in ordine non alfabetico negli scaffali dei Romanzi d’Amore. I Racconti di Mare subivano la stessa sorte, però avevano l’etichetta verde. L’Horror aveva l’etichetta nera. I Gialli avevano l’etichetta bianca, ma la bibliotecaria non avrebbe mai catalogato romanzi di Raymond Chandler o di Patricia Highsmith sotto quella voce: erano opere letterarie, così come Moby Dick non era un Racconto di Mare e Jane Eyre non era un Romanzo d’Amore.
La bibliotecaria stava spiegando i vantaggi della classificazione decimale Dewey alla sua assistente, vantaggi che si estendevano a ogni settore della vita. Era un metodo che aveva un suo ordine, come l’universo. Aveva una sua logica. Era affidabile. Chi lo usava si elevava moralmente, perché così facendo riusciva anche a mettere sotto controllo il proprio caos interiore. «Tutte le volte che sono agitata» disse la bibliotecaria «penso alla classificazione decimale Dewey.» «E poi che succede?» chiese l’assistente, intimidita. «Poi capisco che la mia agitazione è qualcosa che è stato catalogato nel posto sbagliato.»Marilena si chiede se possa essere essere un'altra delle motivazioni per pubblicizzare la frequentazione delle biblioteche, secondo me già in molti le frequentano, più o meno consciamente, anche per questo motivo.
Quanto agli effetti terapeutici della Dewey, voglio crederci visto che, come scrive la Winterson, ammette una certa discrezionalità. È un altro dei suoi punti di forza. Ci salva dalla confusione e ci concede una certa libertà di pensiero.
Discrezionalità e libertà di pensiero che mi piace anche applicata alle biblioteche, come in quella di Accrington, dove già negli anni '70 molta narrativa si collocava per genere.
domenica 9 settembre 2012
la letteratura con la pummarola 'ncoppa
Su il Post c’è un bell’articolo, Il profumo della carta. L’autrice,
Chiara Lino, si chiede quanto debba costare, quale sia il prezzo giusto di un
ebook. Nel porre la domanda su twitter è nato un botta e risposta con alcuni
rappresentanti della casa editrice Neri Pozza che vi consiglio vivamente di
andare a leggere. Non cercatelo su twitter, però, perché pare che per una
oscura politica aziendale tutti gli
scambi vengano periodicamente cancellati, ma qui.
La tesi è nota e un po’ vecchiotta: i prezzi sono alti per
difendere la qualità.
Ma non è questa la
parte più interessante. Quello che veramente illumina sull’atteggiamento e le
posizioni di certa editoria sono l’arroganza, la spocchia e la maleducazione
che contraddistinguono i tweet di Neri Pozza.
Alla giornalista sono state date risposte come “non vogliamo trattare la
letteratura come pummarole a basso prezzo”, “non vendiamo libri a meno di due
pummarole”, e ad un ulteriore richiesta
di spiegazioni, “vada in una libreria, è un bel posto, sa, in cui le
spiegheranno tutto con calma”
All’articolo sul post seguono vari commenti, fra i quali uno
di Giuseppe Russo, direttore editoriale di Neri Pozza, che spiega l’accaduto in
questo modo
Deve preliminarmente sapere che i suoi interlocutori NP in Twitter sono giovani che hanno così a cuore il progetto editoriale della casa editrice da difenderlo con irruenza non sempre controllata. Io non avrei usato gli stessi toni, anche se naturalmente condivido il contenuto delle loro affermazioni in toto. (…) Poiché però lei ha usato sempre un tono civile e cortese, e mi sembra interessata davvero a comprendere la nostra posizione su prezzi e ebook, eccomi qui con alcune mie considerazioni. Vi è, a mio parere, alla base della forte contrapposizione probabilmente una differenza, per usare un termine in disuso, “ideologica” non confessata: i giovani interlocutori NP divorano i libri di critica della modernità, e probabilmente per lei e i suoi altrettanto giovani amici la modernità con tutte le sue innovazioni va invece abbracciata in pieno.
In Veneto liquiderebbero il commento di Russo con un bel “l’è
peso el tacon del buso”.
Non è una questione di irruenza giovanile ma di qualità,
parola di cui la casa editrice si fa vanto e che pertanto dovrebbe
contraddistinguerne tutti gli aspetti e di professionalità, parolone il cui
elevatissimo utilizzo è inversamente proporzionale alla sua applicazione. Twitter non è obbligatorio ma non è un
simpatico giochino con cui prendere a schiaffoni i lettori, bensì uno strumento
di comunicazione con alcune regole precise.
E ancora Russo elargisce considerazioni in virtù del fatto
che Chiara Lino ha usato un tono civile e cortese. E se per suo carattere
personale, per la difficoltà ad articolare concetti in pochi caratteri fosse
stata un po’ brusca, non sarebbe stata degna di considerazione?
Insomma sarebbe un po’ come se io, che faccio la
bibliotecaria e detesto i libri di Baricco (non ci posso fare niente, è più
forte di me, non li reggo proprio) tutte le volte che me ne chiedono uno
cominciassi a strillare “questa è una biblioteca teniamo letteratura, non
pummarole, se ne vada al supermercato!”. O se rispondessi solo alle persone che
mi si rivolgono con tono cortese.
E poi c’è la questione giovanile e “ideologica”. Da una
parte i critici della modernità e dall’altra i giovani che della modernità
abbracciano in pieno le innovazioni. (Su questo leggetevi anche il commento di Iscarlets che mette in evidenza alcuni nodi fondamentali)
Ma su quali basi Russo dice queste cose? Ha dati,
statistiche, numeri che confermino questa
sua teoria? Mi piacerebbe sapere chi acquista e utilizza i device, se sono una
questione generazionale. Circa un anno fa Renzo Ginepro, direttore commerciale
di Adelphi, sosteneva praticamente l’opposto (se ne parlava qui e qui). E, in ogni caso, porre la
questione in questi termini così limitanti non vuole forse dire pregiudicarsi delle
fette di mercato?
Insomma non solo twitter non è obbligatorio, non lo è
neppure produrre e-book. Certo che se si decide di farlo bisognerebbe provare a farlo anche per venderli e non arroccandosi su posizioni di chiusura e di rifiuto.
Intanto il 6 settembre scorso 451 intellettuali, editori, operatori del settore hanno firmato l'appello Le livre face au piège de la marchandisation, sbrigativamente tradotto da Repubblica "Salviamo i libri dal mercato 2.0" L'appello è come i soliti appelli, uno sguardo nostalgico al passato, una avversione decisamente forte alla "macchina del progresso cieco" (E i commenti dei lettori non sono stati teneri: c'è chi ha fatto riferimento alla non verdissima età di alcuni dei firmatari e chi, più sbrigativamente li ha chiamati zombi). C'è anche però, e questo mi sembra decisamente interessante, una chiamata ad unirsi per difendere innanzitutto la qualità, la dignità e la remunerazione del lavoro culturale e per costruire e progettare insieme.
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giovedì 6 settembre 2012
La più grande biblioteca del mondo

Leggono tantissimo i francesi, o almeno i parigini, nei giardini, nei bistrot e soprattutto in metropolitana che, non a caso, Pennac ha definito come la più grande biblioteca del mondo. Leggono seduti, in piedi, aggrappati ai sostegni, leggono durante un viaggio che attraversa la città o anche nei pochi minuti che separano una fermata da quella successiva. Leggono di tutto da Guillame Musso a Zola, da saggi sull'europeismo a De Musset, da Marc Levy a Jasper Fforde.
Leggono libri di carta, solo di carta. In sei giorni di foto rubate nei vagoni della metropolitana non ho visto un solo e-reader.
Però leggono, forse perchè "la lettura è, come l'amore, un modo di essere" (ancora Pennac)
martedì 28 agosto 2012
Raccontare la legge 40
La Corte europea dei diritti umani boccia la legge 40 sulla fecondazione, titolano oggi i giornali.
Questa legge che tocca così profondamente la sensibilità delle persone, come tutte le leggi che sconfinano nell'etica e nella morale, è anche la protagonista, o comunque lo scenario di una serie di romanzi, tutti di autori italiani, di recentissima pubblicazione.
Due di loro, fra l'altro, sono anche miei concittadini, forlivesi. La prima è Eleonora Mazzoni, attrice, che esordisce con Le difettose (Einaudi, 2012). Il suo romanzo racconta, partendo da uno spunto autobiografico, la storia di una donna cerca di avere un figlio attraverso la procreazione assistita. Con i toni della commedia l'autrice racconta l'ossessione di una donna alla ricerca della maternità ma riesce a darci anche informazioni precise e puntuali sugli aspetti scientifici della PMA, e a scardinare qualche certezza su cosa sia naturale e cosa invece no, cosa eticamente giusto e cosa invece sbagliato.
Devo ad Eleonora le informazioni sugli altri romanzi ed in particolare quello di Simone Lenzi, La generazione (Dalai, 2012). Una storia analoga, il desiderio di un figlio, ma vista con gli occhi di lui, un portiere d'albergo che passe le sue lunghe notti leggendo.
Una biologa è invece Marta Baiocchi, autrice di Cento micron (Minimumfax, 2012). E biologa è anche Eva, la protagonista, che deve affrontare sia la precarietà della sua situazione di ricercatrice che i confinifra lecito ed illecito nella legge 40, fino alla scoperta di un traffico internazionale di embrioni.
Ancora uno scienziato, ancora un forlivese, l'autore di Senso comune (Sellerio, 2011). Si tratta di Carlo Flamigni, professore di Ginecologia che si occupa di tecniche di fecondazione assistita e, da alcuni anni, autore di gialli che hanno per protagonista Primo Casadei, detto Terzo. In Senso Comune Pavolone e Maite, amici di Primo Casadei, decidono di avere un figlio con l'aiuto della fecondazione assistita e si scontrano che tutta una selva di divieti completamente privi di senso.
Quattro romanzi che da prospettive diverse provano a raccontare una realtà, quella dell' essere madre, padre, figli che riguarda tutti noi. Una realtà complessissima alla quale queste narrazioni si accostano con grande umanità, quella stessa umanità che manca alla Legge 40
domenica 19 agosto 2012
la parola a tre dimensioni
Sul blog EHI BOOK! di Alessia Rastelli e Tommaso Pellizzari
sono state pubblicate ultimamente alcuni interessanti interviste sugli e-book a scrittori
personaggi vari
Si va da Milan Kundera fieramente avverso alle nuove
tecnologie al punto che “da molti anni ormai, aggiungo a tutti i miei
contratti, in qualsiasi Paese del mondo, una clausola in base alla quale i miei
romanzi non possono essere pubblicati che sotto la forma tradizionale del
libro. Affinché li si possa leggere solo su carta, non su uno schermo” a
posizioni più aperte.
Equilibrata quella di Gianrico Carofiglio che non vede
antitesi fra e-book e carta (di cui, al solito, apprezza comunque l’odore) e a
cui “piace l’idea che l’e-book costituisca uno strumento per migliorare tutto
il sistema. Io leggo i libri sia in formato digitale che in formato cartaceo”.
Un dinosauro laico, invece lo scrittore Paolo Giordano, che
ammette di avere un e-reader ma di non usarlo e di essere quindi un dinosauro
nei comportamenti personali ma di non avere particolari preclusioni di
carattere generale.
L’ultimo intervento, infine, quello di Fabio Fazio che
lapalissianamente nota come in vacanza sia meglio avere 50, 100 ebook in un
ereader che in una valigia, ci risparmia l’accenno all'odore ma non
quello al piacere tattile della carta e conclude affermando che «la pagina è un
supporto eccellente per dare tridimensionalità alla parola»
Nulla di nuovo sotto il sole: dai fieramente avversi alla
nuova tecnologia, a chi non “ci si trova” senza averla mai provata, a chi afferma
di usarla ma corre ogni tanto a toccare e annusare pezzi carta.
Insomma finora le osservazioni più sensate sugli e-book
me le hanno fatte attorno a casa. Da mio marito che mostrandomi un’edizione
Sansoni acquistata nel 1966 dei Fratelli Karamazov che sta leggendo mi chiede
se sono sicura di poter rileggere fra quarant’anni gli e-book che sto
acquistando ora. Ovviamente no e non solo per una questione di formati.
Fino al mio vicino di ombrellone che vedendomi col kindle si
dice privato del piacere voyeuristico di sbirciare la copertina per scoprire
cosa sto leggendo. E sostiene che io abbia passato l’estate impegnata non con
Guerra e pace come andavo dicendo ma con le 50 sfumature di grigio.
Ammetto però che probabilmente qualcosa mi sfugge per quanto
riguarda la carta. E’ l’affermazione di Fazio che «la pagina è un supporto
eccellente per dare tridimensionalità alla parola». Forse era convinto che l’intervista
fosse sui libri pop up, come quello, bellissimo, qui sotto che difficilmente vedremo nella versione e-book.
lunedì 13 agosto 2012
l'odore del kindle
Su Repubblica di ieri ennesimo articolo sulla superiorità del libro di carta rispetto all'e-book. Sospetto che nelle redazioni dei quotidiani ne conservino una scorta da pubblicare quando non si riesce a riempire il giornale e si sono esauriti anche i pezzi del tipo "Quando fa molto caldo è meglio stare al fresco" o "Con le alte temperature estive sono da preferirsi cibi leggeri allo stufato di cinghiale"
Il pezzo di oggi è tratto da un saggio di Julian Barnes. Lo scrittore racconta le origini la sua passione per i libri, per il loro aspetto materiale, fisico, la sua passione per il collezionismo, la sua predilezione per i libri usati.
Già a quell'epoca probabilmente preferivo i libri usati a quelli nuovi (...) Un libro offriva la sua visione del mondo a una persona, poi a un'altra, e così via per generazioni: mani diverse avevano stretto lo stesso volume traendone degli insegnamenti talvolta uguali talvolta diversi. I libri usati tradivano la loro età (...). Inoltre avevano un buon odore -anche quando puzzavano di sigarette e (occasionalmente di sigaro).
Fin qui nulla di particolare siamo nella normalissima casistica del feticismo librario che prima o poi colpisce chiunque sia un lettore accanito. Anche se, a dire il vero, il riferimento all'odore della carta dovrebbe metterci in guardia. Infatti Barnes prosegue invocando addirittura una funzione olfattiva del kindle che permetta ai libri elettronici di odorare di carta umida, passare del tempo e nicotina. Inoltre "mentre i libri sembrano contenere conoscenza, gli e-reader danno l'impressione di contenere informazioni" e di non restituire quell'idea di continuità di fruizione che costituisce il vero fascino del libro.
Ora se Barnes avesse veramente avuto per le mani un Kindle si sarebbe reso conto che esiste la possibilità non solo di visualizzare le sottolineature di altri lettori, ma anche le note, di scriverne delle proprie, di condividerle. Insomma l'esperienza di condivisione della lettura di continuità della fruizione non è affatto cancellata dal libro elettronico, tutt'altro.
Per quanto riguarda l'odore del kindle (che secondo me è buonissimo), qualcuno ha un sacco di idee brillanti in proposito
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