Troppo timida per chiedere ai miei, troppo diffidente per fidarmi di quelle strane e incredibili storie che raccontavano bambini più addentro nei fatti della vita, quando volevo farmi un'idea precisa delle cose andavo alla biblioteca del posto in cui sono cresciuta.
Abitavo alla Cava, quartiere popolare separato dal centro di Forlì da due chilometri di campagna lungo la via Emilia e dal ponte di Schiavonia. Distanza piccola, forse più psicologica che reale, ma chi abita alla Cava ha sempre considerato il posto come un'entità a parte, un nucleo separato e in qualche modo autosufficiente (vado a Forlì si diceva per andare in piazza Saffi e si compulsava l'orario dell'autobus, attenti a non perdere la corsa)
Insomma era quella, la biblioteca del quartiere, la mia biblioteca, l'unica di cui fossi a conoscenza, il posto in cui trovavo le risposte alle me domande.
Così la mia educazione sessuale è cominciata sfogliando il bellissimo Come nascono i bambini di Andrew Andry e Steven Schepp con le illustrazioni di Blake Hamilton. Libro che spiegava bene tutte quelle cose delle api e dei fiori e del polline ma che, invece di fermarsi lì, continuava a raccontare con i termini esatti, scientifici, con le parole giuste, con illustrazioni precise ma misurate come si concepiscono e come nascono i bambini.
In biblioteca, grazie ad una volenterosa bibliotecaria autodidatta, tanto incompetente in materia di libri quanto accogliente - vieni, entra - mi diceva - scegli quello che vuoi, puoi prendere quello che vuoi - sono nate e cresciute le mie letture incongrue, bulimiche, disordinatissime. Le avventure di Nancy Drew, i grandi classici, i libri assolutamente inadatti alla mia età.
Se ho cominciato ad amare i libri, la lettura lo devo (e lo dico senza nessuna retorica) anche alla
biblioteca della Cava che, qualche mese fa, è stata improvvisamente chiusa. Temporaneamente, si dice, si spera. La scuola nella quale era ospitata ha reclamato per sé quegli spazi e pare se ne stiano cercando dei nuovi.
E anche se si dice che le distanze si sono accorciate, anche se la campagna ai lati della via Emilia è stata sostituita da brandelli di città diffusa, la Cava continua ad essere (e a considerarsi) separata da Forlì. Da due chilometri e da un ponte. E molta della gente che vi abita è invecchiata (come sempre accade nella zone di nuovo inurbamento, dove tutti attraversano insieme le stesse fasi della vita) e vi sono nuovi bambini. E vecchi e bambini potrebbero non aver voglia o tempo o, più semplicemente, la possibilità di percorrere due chilometri e di attraversare un ponte e fare altra strada per raggiungere la biblioteca centrale. Alla Cava sarebbe più semplice, no?
venerdì 11 dicembre 2015
giovedì 3 dicembre 2015
La lettura a un binario morto
Due tre cose sulla lettura

#1 La stazione di Forlì è molto semplice, ha tre binari: il numero 1 per i treni che vanno verso Bologna, il numero 2 per quelli che vanno verso Rimini e il numero 3 usato occasionalmente. Da qualche settimana, in seguito ad alcuni lavori, le cose sono cambiate. I treni per Bologna partono dal binario 2, quelli per Rimini dal binario 3 e il binario 1 al momento è inutilizzato.
Ieri Elisa, collega che lavora a Bologna e di treni ne prende, scriveva sulla sua pagina facebook:
L'analfabeta funzionale non legge i cartelli, che pure sono ben grandi e ben visibili nell'atrio e all'ingresso del corridoio. L'analfabeta funzionale non segue la segnaletica modificata. Non si domanda neppure perché è solo su un binario mentre il resto della gente è dall'altra parte della strada ferrata. Salvo poi imprecare mentre si scapicolla giù per le scale, che "cambiano tutto e non dicono mai niente"
A me sembra una immagine perfetta per capire a cosa serva effettivamente la lettura. Prima ancora che per quelle qualità morali di cui viene abitualmente investita (leggete qui cosa scrive Mario Filloley) e che generalmente vengono espresse con quelle frasi ad effetto di cui si parlava qui.
Prima del fatto che "La lettura è il viaggio di chi non può prendere un treno" o che "Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria", leggere serve, banalmente, a non starsene da soli su un binario morto, incapaci non solo di prestare attenzione a cartelli e avvisi ma anche di attribuire significato al comportamento degli altri. Leggere serve a prendere i treni che dobbiamo prendere, a vivere un po' più consapevolmente la propria vita. Nelle situazioni semplici, come quelle della stazione a Forlì, ma anche in quelle più complesse dove i binari sono più di tre.
#2 Tempo di scelte di scuola media superiore. Qualche giorno fa ho partecipato con la figlia tredicenne all'open day del Liceo Classico. Io ho un rapporto di amore e odio col Liceo Classico, frequentato in tempi immemorabili.
Una insegnante ha fatto un discorso bello e sentito sull'importanza degli studi classici per capire la contemporaneità, sull'importanza del pensiero critico, dell'essere partecipi, dell'essere soggetti attivi nella propria esistenza. Ha citato Platone e la paideia e io già mi stavo intenerendo e pensavo che forse il Liceo Classico non era stato causa delle mie infelicità adolescenziali, che forse in quei tempi immemorabili ero solo una adolescente infelice che frequentava il classico, quando l'insegnante ha parlato di "un altro grande pensatore che cito sempre: Massimo Gramellini" ed in particolare di quel Buongiorno di qualche anno fa in cui difende lo studio del greco e del latino.
Capisco che gli open day siano l'occasione per tentare di accaparrarsi un po' di studenti, ingraziarsi qualche genitore mostrando un lato più moderno, ma davvero possiamo paragonare il pensiero di Platone al distillato di senso comune, quando non di luoghi comuni, che ogni mattina molti di noi mandano giù col caffè?
Siamo veramente convinti che "Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila una tecnica che potrà applicare a qualunque ramo del sapere e della vita" o non è piuttosto una di quelle banali semplificazioni che sentiamo ripetere sempre uguali da decenni, assieme a quella che il classico ti insegna un metodo di studio?
Chi impara a districarsi fra Tacito e Platone assimila la tecnica per districarsi fra Tacito e Platone, forse. E tutto sommato non sarebbe un risultato di poco conto. Per trarne insegnamenti di carattere generale, insegnamenti di vita le cose sono un pochino più complicate e gli elementi che concorrono molti di più.
Io non so che scuola sceglierà mia figlia, mi piacerebbe fosse una scuola in grado di affrontare la complessità senza appiattirla, una scuola in grado di leggere Platone e Gramellini senza elevare quest'ultimo al rango di grande pensatore.
#3 Ho riletto ultimamente un piccolissimo libro di Luca Ferrieri, Il lettore a(r)mato. Vademecum di autodifesa. Pubblicato nel 1993 per Millelire Stampa Alternativa (qui potete leggerlo tutto). Il libro, che per l'attualità dell'analisi, sembra scritto ieri e non 22 anni fa, è un invito al lettore ad armarsi delle armi della consapevolezza del proprio ruolo e dei propri diritti.
E qui sotto, con le parole che lo chiudono, torniamo all'uomo in stazione, fermo ad un binario da cui non parte nessun treno
Leggere: un atto politico
Non potremo mai cambiare la realtà se non (la) sappiamo leggere.
domenica 8 novembre 2015
Vi rispiego il romanzo rosa (con l'aiuto di una lettrice particolare)
E con l'aiuto Mr. Darcy/Colin Firth qui a fianco.E' vero i romanzi rosa non sono solo come quelli descritti nel post precedente. Me lo scrive Sandra Olianas, collega bibliotecaria sarda, lettrice di romanzi rosa, ha un blog Bisus, in cui scrive anche di libri. E lo faccio spiegare a lei
Per un momento leggendo questo post di Denise me lo sono chiesta se sia davvero così, se sia colpa dei romanzi rosa e se mi sarei fatta fregare anche io dal vedovo americano, visto che nel rosa ci sono dentro fino al collo. Poi però mi sono subito risposta di no, ché tanto, almeno per il momento, non posso essere smentita. Perché ci sono diverse gradazioni di rosa (ho qualche pudore ad usare il termine “sfumature” negli ultimi tempi) e ci sono anche lettrici di rosa di un’altra specie.
E’ vero, gli stilemi del genere sono gli stessi in tutte le gradazioni, ma la formula giusta per ottenere il rosa che amiamo e quella di sottrarre sentimentalismo e aggiungere ironia, o quantomeno dialoghi brillanti. Nella memoria letteraria delle nostre autrici non c’è la Invernizio ma Jane Austen, insomma. Ma veniamo a noi. Non proverò nemmeno a dire che non ci facciamo coinvolgere emotivamente perché dentro i romanzi che ci piacciono ci finiamo proprio tutte intere. Piangiamo, sospiriamo (in senso figurato!) e ridiamo pure molto. Forse è vero che a volte cerchiamo la gratificazione emotiva, ma non fa alcuna differenza: ci godiamo i nostri romanzi anche nei momenti in cui siamo perfettamente gratificate. E siamo soprattutto molto consapevoli. Consapevoli del fatto che a passare dallo stato solito a quello liquido solo per una dichiarazione d’amore ben fatta, anche se non a noi, qualche problemino dobbiamo averlo per forza. Consapevoli delle nostre emozioni, ché ne abbiamo a volte dovuto scandagliare gli abissi. Consapevoli del fatto che il lieto fine è un fermo immagine, dipende solo dal momento in cui decidi di fermare la storia, e di tutto il casino che può esserci oltre un fermo immagine. Consapevoli del fatto che un vedovo americano che sostiene di essersi innamorato di noi dalla foto del profilo su facebook è sicuramente un truffatore e l’unica cosa cui può avere accesso non è il nostro conto in banca e tanto meno il nostro cuore, ma il nostro senso del ridicolo. Perché se anche avessimo bisogno di qualcuno che ci fornisca in maniera vicaria quell'attenzione e accudimento che non riceviamo a sufficienza nella vita quotidiana, ci servirebbe almeno un Mr Darcy che ingaggi con noi uno stimolante duello dialettico e non ci accontenteremo mai di un Mr. Collins qualunque, senza nemmeno la sua involontaria ironia.
E hai ragione Sandra ci son tante gradazioni di rosa. Anzi sfumature. Usiamo pure la parola, in fin dei conti anche la trilogia della James non è altro che un romanzo rosa con l'aggiunta di un po' di armamentario da sex shop e un product placement tanto pervasivo da produrre effetti opposti (non guiderei mai una Audi nemmeno se me la regalassero, e in effetti Mr. Grey regala Audi come fossero scatole di cioccolatini)
E cercando di capire un po' di più mi imbatto in questo libro, che mi riprometto di cercare e leggere:
Anna Paschetto, No lei disse no non voglio. La trama della commedia romantica nel romanzo inglese,
Marcos y Marcos, Milano, 2001
Copio dalla presentazione editoriale:
Nell’analisi di Pamela, Pride and Prejudice e Jane Eyre, Anna Paschetto individua i principi strutturali della trama rosa, che si situa nella tipologia della commedia in una prospettiva peculiare, atta a soddisfare un’esigenza ideologica e psicologica propriamente femminile. In questo senso, la trama rosa si fa mito ricorrente che riproduce ai più diversi livelli di complessità di banalità un modello inventivo dove la donna, attraverso la decisa negazione della femminilità come natura indiscriminata, impone all’uomo il proprio modello di erotismo e la propria individualità come persona.
Questo saggio dimostra come l’eroina rosa non è masochista, né accetta come ineluttabile un destino matrimoniale che anzi rifiuta, finché l’uomo non ha compiuto un processo di riconsiderazione della natura del rapporto amoroso che lo renda adatto a costituire la metà di quell’essere utopico che è la coppia.
Siamo a cavallo penserai, cara Sandra, la donna dice no finché l'uomo non ha ha compiuto un processo di riconsiderazione della natura del rapporto amoroso. E invece no, siamo rovinate, perché se c'è qualcosa di peggio della sindrome della crocerossina (io ti salverò) è certamente quella dell'io ti cambierò.
E in effetti conclude la presentazione: Per questo il romanzo rosa resta un mito femminile che le donne amano raccontarsi ma che ha pochi punti in contatto con la realtà.
Meglio rimettersi a leggere, no?
------
L'immagine sopra, tratta dallo sceneggiato Orgoglio e Pregiudizio della BBC, ritrae Colin Firth che esce da un piccolo lago nel quale si è buttato per placare il proprio tormento interiore (scrivo come in un romanzo rosa) e pare essere al primo posto nell'immaginario erotico sentimentale delle donne inglesi .
Ovviamente nel romanzo Mr. Darcy non si tuffa e non esce dall'acqua del laghetto con lo sguardo disperato e la camicia bagnata che gli aderisce al torace, ma chi siamo noi per perderci in queste sottili questioni filologiche austeniane?
venerdì 6 novembre 2015
Vi spiego il romanzo rosa (con l'aiuto di un vedovo americano)
Gira su facebook una truffa rivolta alle signore della mia età, alle signore di mezza età. Me lo raccontavano alcune amiche.
E' la truffa del vedovo americano. Si riceve una richiesta di amicizia da un signore, un americano dice lui. Questo signore vive momentaneamente in Nigeria o in altri paesi lontani dove fa il militare o altri lavori un po' vaghi ma comunque interessanti: manager in una multinazionale, ingegnere petrolifero, costruttore di ponti e strade. Il signore in questione è sempre vedovo, in alcune varianti ha anche perso tragicamente la prole, in ogni caso è in procinto di abbandonare l'Africa e trasferirsi definitivamente in Italia (guarda caso ha spesso origini italiane).A questo punto avete capito come va a finire, il triste vedovo ritrova il sorriso grazie alla malcapitata, imbastisce una relazione a distanza e comincia a pianificare l'arrivo in Italia. E qui cominciano i problemi, gli intoppi, gli intralci. Una penale da pagare per poter lasciare prima la propria occupazione. La difficoltà ad accedere al proprio conto in banca. Alcune pendenze da saldare. E la trepidante truffata mette mano al conto corrente e partono bonifici internazionali.
Insomma ci sono state varie denunce e parecchie donne di mezza età turlupinate.
Qualche giorno fa è capitato a me.
Ricevo una richiesta di amicizia da un sedicente ingegnere petrolifero che vive a Nairobi. In un lungo messaggio mi scrive che quando ha visto la mia foto profilo ha provato un sentimento che non provava da 6 anni, quando sua moglie e suo figlio sono morti in un incidente stradale, e aggiunge che fra poco finirà il suo lavoro in Africa e si trasferirà in Italia dove vuole iniziare una nuova vita con me. (Poi dicono che gli uomini oggigiorno sono indecisi)
Passato il fou rire e un primo momento di rabbia, no non nei confronti dell'ingegnere petrolifero, ma delle signore mie coetanee che si son fatte abbindolare (è vero che ci han tirato su con le favole del principe azzurro e un'opera costante di smantellamento dell'autostima, ma sarebbe ora di darsi una svegliata da sole senza aspettare l'arrivo di un principe che vuole i soldi per il viaggio), capisco che questa storia funziona molto bene perché è una perfetta costruzione narrativa.
Racchiude in sé tutti gli stilemi del romanzo rosa, da Carolina Invernizio ad oggi. Un uomo forte ma che ha molto sofferto, e che grazie a noi sta ritornando alla vita (ah, la sindrome della crocerossina), una storia d'amore con la promessa dell'happy end, le difficoltà da superare che fortificano l'amore e rendono più agognato il lieto fine. Sullo sfondo un'ambientazione esotica affascinante e pericolosa che connota il carattere del protagonista maschile.
E se è vero che quello che connota le lettrici di romanzi rosa è il coinvolgimento emotivo nella narrazione - Janice A. Radway giunge a dire che "La lettura del romance integra le strade normalmente aperte alle donne per la gratificazione emotiva, fornendo loro in maniera vicaria quell'attenzione e accudimento che esse non ricevono a sufficienza nella vita quotidiana (La vie en rose. Letteratura rosa e bisogni femminili, Dino Audino Editore, 2012) - allora i vedovi americani consentono di vivere un romanzo. A caro prezzo.
E' la truffa del vedovo americano. Si riceve una richiesta di amicizia da un signore, un americano dice lui. Questo signore vive momentaneamente in Nigeria o in altri paesi lontani dove fa il militare o altri lavori un po' vaghi ma comunque interessanti: manager in una multinazionale, ingegnere petrolifero, costruttore di ponti e strade. Il signore in questione è sempre vedovo, in alcune varianti ha anche perso tragicamente la prole, in ogni caso è in procinto di abbandonare l'Africa e trasferirsi definitivamente in Italia (guarda caso ha spesso origini italiane).A questo punto avete capito come va a finire, il triste vedovo ritrova il sorriso grazie alla malcapitata, imbastisce una relazione a distanza e comincia a pianificare l'arrivo in Italia. E qui cominciano i problemi, gli intoppi, gli intralci. Una penale da pagare per poter lasciare prima la propria occupazione. La difficoltà ad accedere al proprio conto in banca. Alcune pendenze da saldare. E la trepidante truffata mette mano al conto corrente e partono bonifici internazionali.
Insomma ci sono state varie denunce e parecchie donne di mezza età turlupinate.
Qualche giorno fa è capitato a me.
Ricevo una richiesta di amicizia da un sedicente ingegnere petrolifero che vive a Nairobi. In un lungo messaggio mi scrive che quando ha visto la mia foto profilo ha provato un sentimento che non provava da 6 anni, quando sua moglie e suo figlio sono morti in un incidente stradale, e aggiunge che fra poco finirà il suo lavoro in Africa e si trasferirà in Italia dove vuole iniziare una nuova vita con me. (Poi dicono che gli uomini oggigiorno sono indecisi)
Passato il fou rire e un primo momento di rabbia, no non nei confronti dell'ingegnere petrolifero, ma delle signore mie coetanee che si son fatte abbindolare (è vero che ci han tirato su con le favole del principe azzurro e un'opera costante di smantellamento dell'autostima, ma sarebbe ora di darsi una svegliata da sole senza aspettare l'arrivo di un principe che vuole i soldi per il viaggio), capisco che questa storia funziona molto bene perché è una perfetta costruzione narrativa.
Racchiude in sé tutti gli stilemi del romanzo rosa, da Carolina Invernizio ad oggi. Un uomo forte ma che ha molto sofferto, e che grazie a noi sta ritornando alla vita (ah, la sindrome della crocerossina), una storia d'amore con la promessa dell'happy end, le difficoltà da superare che fortificano l'amore e rendono più agognato il lieto fine. Sullo sfondo un'ambientazione esotica affascinante e pericolosa che connota il carattere del protagonista maschile.
E se è vero che quello che connota le lettrici di romanzi rosa è il coinvolgimento emotivo nella narrazione - Janice A. Radway giunge a dire che "La lettura del romance integra le strade normalmente aperte alle donne per la gratificazione emotiva, fornendo loro in maniera vicaria quell'attenzione e accudimento che esse non ricevono a sufficienza nella vita quotidiana (La vie en rose. Letteratura rosa e bisogni femminili, Dino Audino Editore, 2012) - allora i vedovi americani consentono di vivere un romanzo. A caro prezzo.
domenica 18 ottobre 2015
Il reference è una mucca che soddisfa ogni desiderio
Quello di Bianchini è il ritratto interessantissimo di una persona, del suo operato, del suo lavoro di teorizzazione della biblioteconomia, ma è anche il ritratto di un uomo profondamente legato alla propria cultura, a una visione mistico-religiosa dell'esistenza e, per certi versi, della biblioteconomia. Nel suo libro Il servizio di reference, Ranganathan, infatti, paragona il servizio di reference ideale alla mucca del saggio Vasishta (nel Ramayana di Valmiki) che soddisfa ogni desiderio.
O potenza della perfezione!Ranganathan in tutte le sue numerosissime opere parte dal particolare, dalla prassi quotidiana, dal lavoro concreto del bibliotecario per trarne regole universali che cala nuovamente nella pratica bibliotecaria riformandola, rifondandola.
Vieni, vieni e subito ascolta
O Mucca che soddisfi ogni desiderio
Premio di tutte le mie tribolazioni
Fai piovere presto davanti a ciascuno
Tutto ciò di cui ciascuno ha bisogno
Da tutto il meglio dell'essenza a sei facce.
Al centro della biblioteca c'è il servizio di reference (che si basa sui pilastri delle 5 leggi) e al centro del servizio di reference c'è il bibliotecario, di cui Ranganathan riconosce il ruolo essenziale, definisce i criteri di assunzione e stabilisce le competenze di base. Con cinica ironia racconta la situazione del personale delle biblioteche, quando le biblioteche erano legate alla conservazione del materiale e non al loro uso
Non era strano che un posto di lavoro in biblioteca rappresentasse il rifugio possibile per le persone incapaci di fare altri lavori. Non era strano, per esempio che, che le biblioteche fossero gestite di sordi e menomati, balbuzienti e gobbi, ritardati e isterici, insomma ritardati di ogni sorta.Una visione universale unita alla attenzione maniacale per i dettaglio pratico, una prosa che procede per esempi, aneddoti, racconti, esperienze personali spesso raccontate con grande humour. Un pensiero, un'idea di biblioteca ancora straordinariamente attuale.
Insomma io non vedo l'ora, assieme alla collega Roberta Turricchia, di parlare con Carlo Bianchini di queste e molte altre cose che la lettura del suo libro ci ha fatto venire in mente.
Lo faremo Giovedì 22 ottobre alle 16,30 a Reggio Emilia, presso la Mediateca della Biblioteca Universitaria Interdipartimentale, Viale Allegri 9 (Palazzo Universitario Dossetti).
Prima, alle 14,30, c'è l'Assemblea regionale degli associati AIB - Emilia Romagna alla quale interverrà Enrica Manenti (presidente nazionale AIB) e insieme a lei potremo discutere sulla situazione delle biblioteche pubbliche in regione. Vi aspettiamo
lunedì 29 giugno 2015
Come è triste Venezia
Io Brugnaro, il nuovo sindaco di Venezia, e quelli come lui, messi davanti ad un libro me li immagino un po' come gli scimmioni di 2001 odissea nello spazio davanti al monolito: lo guardano, ci girano attorno, emettono suoni disarticolati, lo toccano con circospezione, non riescono a capire cosa sia, ma ne avvertono la pericolosa importanza.
O come la madre di Jeannette Winterson, che proibisce alla figlia la lettura di libri di narrativa perché considerati portatori di guai e perché "il guaio di un libro è che scopri cosa contiene (e lì cominciano le pene) quando ormai è troppo tardi". La Winterson lo racconta nel romanzo autobiografico Perché essere felice quando puoi essere normale che è, fra le altre cose, la storia di una passione per i libri e la lettura nata anche dalla loro proibizione.
Brugnaro, appena eletto, dando corso ad una promessa fatta in campagna elettorale, ha ordinato di eliminare da asili nido e scuole materne "libri gender, genitore 1 e genitore 2"
Questo l'elenco che circola
E la messa all'indice di questi libri, alcuni bellissimi come quelli di Leo Lionni (bandito per ben tre volte con Piccolo blu e piccolo giallo, Pezzettino e Guizzino), si spiega solo con l'attribuire al libro una forza grande, misteriosa e sconosciuta. Insomma alla fine, quasi quasi, verrebbe da ringraziarlo Brugnaro per avercelo ricordato. E per aver dato vita, con il suo index librorum prohibitorum, ad una delle più grosse campagne di promozione della lettura degli ultimi tempi, visto il moltiplicarsi di riflessioni, condivisioni, inviti ad esporre i libri in biblioteche e librerie, a organizzare letture collettive.
Purtroppo, sempre nella stessa giornata (24 giugno), il sindaco per "garantire il ripristino di alcuni servizi essenziali" ha anche deciso di non rinnovare il contratto ad alcune cooperative socioculturali che collaboravano alla gestione delle biblioteche comunali licenziando, di fatto, 18 bibliotecari. La biblioteca non è considerata un servizio essenziale. Non è una novità, bastava leggere il suo programma elettorale, in cui si parla di turismo, glamour ed eventi, per capirlo.
O come la madre di Jeannette Winterson, che proibisce alla figlia la lettura di libri di narrativa perché considerati portatori di guai e perché "il guaio di un libro è che scopri cosa contiene (e lì cominciano le pene) quando ormai è troppo tardi". La Winterson lo racconta nel romanzo autobiografico Perché essere felice quando puoi essere normale che è, fra le altre cose, la storia di una passione per i libri e la lettura nata anche dalla loro proibizione.
Brugnaro, appena eletto, dando corso ad una promessa fatta in campagna elettorale, ha ordinato di eliminare da asili nido e scuole materne "libri gender, genitore 1 e genitore 2"
Questo l'elenco che circola
E la messa all'indice di questi libri, alcuni bellissimi come quelli di Leo Lionni (bandito per ben tre volte con Piccolo blu e piccolo giallo, Pezzettino e Guizzino), si spiega solo con l'attribuire al libro una forza grande, misteriosa e sconosciuta. Insomma alla fine, quasi quasi, verrebbe da ringraziarlo Brugnaro per avercelo ricordato. E per aver dato vita, con il suo index librorum prohibitorum, ad una delle più grosse campagne di promozione della lettura degli ultimi tempi, visto il moltiplicarsi di riflessioni, condivisioni, inviti ad esporre i libri in biblioteche e librerie, a organizzare letture collettive.
Purtroppo, sempre nella stessa giornata (24 giugno), il sindaco per "garantire il ripristino di alcuni servizi essenziali" ha anche deciso di non rinnovare il contratto ad alcune cooperative socioculturali che collaboravano alla gestione delle biblioteche comunali licenziando, di fatto, 18 bibliotecari. La biblioteca non è considerata un servizio essenziale. Non è una novità, bastava leggere il suo programma elettorale, in cui si parla di turismo, glamour ed eventi, per capirlo.
lunedì 22 giugno 2015
Biblioteche che non lo erano
Ho appena finito di leggere Notizie che non lo erano di Luca Sofri.
Il libro, se ne è parlato parecchio, racconta come molte delle notizie giornalistiche che siamo abituati a leggere, indistintamente sui giornali cartacei o online e più genericamente in internet, non siano vere o non lo siano completamente.
Attraverso una serie di esempi, alcuni francamente esilaranti come quelli legati a cattive traduzioni di frasi in lingue inglese, ma tutti comunque sconsolanti, Sofri ci spiega in cinque capitoli (Da dove arrivano, Come si insediano nelle redazioni, Come si impossessano dei titoli, Perché smettiamo di accorgercene, Come se ne esce) come funziona buona parte del giornalismo italiano
C'è una frase nel libro, non di Sofri ma che Sofri afferma di condividere, di Jeff Jarvis, giornalista americano ed esperto di comunicazione contemporanea "Qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate - e quindi meglio organizzate - è giornalismo"
Ecco mi chiedo se, parafrasando e ad un livello più piccolo, ed in Italia infinitamente più piccolo, visto gli esigui numeri di chi le frequenta, qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate non possa e non debba essere anche biblioteca.
Mi spiego meglio. Se è vero, e Sofri nel suo libro lo spiega molto bene, che è estremamente difficile distinguere il vero dal falso, che ad aumentare la confusione contribuiscono tutti gli attori sul palcoscenico, che dobbiamo imparare a muoverci con diffidenza, vorrei aggiungere con consapevolezza, per tentare di fare le dovute distinzioni, credo che le biblioteche in tutto questo possano e debbano avere un compito fondamentale.
Forse sarebbe ora di dare una visione più ampia al tanto sbandierato ruolo di centralità sociale della biblioteca che spesso si declina in corsi di tricot, tornei di burraco, iniziative estemporanee di balletti che neanche il dopolavoro ferroviario, rivendicazione di un ruolo di welfare sbandierando orgogliosi l'ospitalità ad homeless che svernano sulle sedute di design (citando a questo punto immancabilmente Bukowski che passando intere giornate alla biblioteca di Los Angeles scopriva John Fante, Sartre e Céline).
Che le biblioteche pubbliche debbano essere aperte tutti, a chi ha cinque case e chi non ne ha nessuna, alla casalinga di Voghera e al disoccupato dovrebbe esser cosa normale di cui non farsi vanto.
Ma sono assolutamente convinta che non si debba perdere di vista il loro ruolo fondamentale che è quello di contribuire a diffondere informazione, sapere, consapevolezza, cultura. E credo anche che una delle prime forme di disparità sociali sia la mancanza di accesso all'informazione e che se le biblioteche devono avere un ruolo di welfare debba essere quello di welfare della conoscenza.
Poi, se devo fare un appunto al bel libro di Luca Sofri, gli rimprovero forse di non aver messo in luce a sufficienza gli effetti di anni di notizie false mai smentite, di ricostruzioni inventate o fantasiose, insomma di un giornalismo approssimativo quando non in malafede, sulla costruzione dell'opinione pubblica italiana.
Ma qui, per quanto molti di quegli effetti siano sotto gli occhi di tutti, ci vorrebbe un altro libro
Il libro, se ne è parlato parecchio, racconta come molte delle notizie giornalistiche che siamo abituati a leggere, indistintamente sui giornali cartacei o online e più genericamente in internet, non siano vere o non lo siano completamente.
Attraverso una serie di esempi, alcuni francamente esilaranti come quelli legati a cattive traduzioni di frasi in lingue inglese, ma tutti comunque sconsolanti, Sofri ci spiega in cinque capitoli (Da dove arrivano, Come si insediano nelle redazioni, Come si impossessano dei titoli, Perché smettiamo di accorgercene, Come se ne esce) come funziona buona parte del giornalismo italiano
C'è una frase nel libro, non di Sofri ma che Sofri afferma di condividere, di Jeff Jarvis, giornalista americano ed esperto di comunicazione contemporanea "Qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate - e quindi meglio organizzate - è giornalismo"
Ecco mi chiedo se, parafrasando e ad un livello più piccolo, ed in Italia infinitamente più piccolo, visto gli esigui numeri di chi le frequenta, qualunque cosa svolga efficacemente il compito di creare comunità più informate non possa e non debba essere anche biblioteca.
Mi spiego meglio. Se è vero, e Sofri nel suo libro lo spiega molto bene, che è estremamente difficile distinguere il vero dal falso, che ad aumentare la confusione contribuiscono tutti gli attori sul palcoscenico, che dobbiamo imparare a muoverci con diffidenza, vorrei aggiungere con consapevolezza, per tentare di fare le dovute distinzioni, credo che le biblioteche in tutto questo possano e debbano avere un compito fondamentale.
Forse sarebbe ora di dare una visione più ampia al tanto sbandierato ruolo di centralità sociale della biblioteca che spesso si declina in corsi di tricot, tornei di burraco, iniziative estemporanee di balletti che neanche il dopolavoro ferroviario, rivendicazione di un ruolo di welfare sbandierando orgogliosi l'ospitalità ad homeless che svernano sulle sedute di design (citando a questo punto immancabilmente Bukowski che passando intere giornate alla biblioteca di Los Angeles scopriva John Fante, Sartre e Céline).
Che le biblioteche pubbliche debbano essere aperte tutti, a chi ha cinque case e chi non ne ha nessuna, alla casalinga di Voghera e al disoccupato dovrebbe esser cosa normale di cui non farsi vanto.
Ma sono assolutamente convinta che non si debba perdere di vista il loro ruolo fondamentale che è quello di contribuire a diffondere informazione, sapere, consapevolezza, cultura. E credo anche che una delle prime forme di disparità sociali sia la mancanza di accesso all'informazione e che se le biblioteche devono avere un ruolo di welfare debba essere quello di welfare della conoscenza.
Poi, se devo fare un appunto al bel libro di Luca Sofri, gli rimprovero forse di non aver messo in luce a sufficienza gli effetti di anni di notizie false mai smentite, di ricostruzioni inventate o fantasiose, insomma di un giornalismo approssimativo quando non in malafede, sulla costruzione dell'opinione pubblica italiana.
Ma qui, per quanto molti di quegli effetti siano sotto gli occhi di tutti, ci vorrebbe un altro libro
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